lunedì 10 giugno 2013

1992, ovvero Il segreto di Sara.


Baci, baci e ancora baci. Non ne poteva più. Asciutti, appiccicosi, delicati, scoccati, bavosi, doppi: le sue guance erano diventate un ricettacolo di germi che lui, immobile, veicolava a tutti quelli che gli si avvicinavano.
E le strette di mano: calorose, leggere, umide, sfuggenti, ripetute, interminabili.
E che dire delle frasi che gli venivano rivolte: le solite. Alcune struggenti, altre appassionate, altre di circostanza, ora incomprensibili, ora errate, ora inconcludenti.
Ce n'erano di personaggi riuniti in quella vistosa moderna chiesa di via Notarbartolo dalla curiosa facciata simil-neo-gotica per la dolorosa occasione della morte di mamma Sara, in un pomeriggio piovoso e triste del solitamente dolce inverno palermitano. Ad esempio quei due "personaggi" infilati ciascuno dentro un ingombrante cappotto scuro, due cariatidi, però alte e imponenti. Si ricordava ancora i baci bavosi subiti da entrambi e le parole pronunciate con voce rauca dal forte accento in dialetto catanese da uno dei due:
— Condoglianze dottor Indelicato. Siamo due vecchi amici di papà, che Iddio l'abbia in gloria. Ma conoscevamo bene anche la sua povera mamma. Mi permette? Le presento il signor Caldarella mentre io sono il signor D'Ercole. Le porgiamo le condoglianze da parte del dottor Landolina, pure amico di papà, che sua madre conobbe in seguito alla di lui scomparsa. È grande e non sta molto bene… Ci dispiace veramente assai — concluse sottolineando quanto le sue parole sottintendevano di volta in volta, con una serie di forti strette di mano.
Troppo forti, si disse Salvo, chiedendosi cosa potessero sottintendere le parole della cariatide?
Il papà di Salvo, Ignazio, era un oscuro funzionario del Comune di Catania, scomparso in circostanze mai chiarite sul finire dell'estate del 1961 durante una gita sull'Etna organizzata dal locale C.R.A.L. per gli impiegati del Comune, gita a cui aveva partecipato con il piccolo Salvo e la moglie. Agli inquirenti Sara dichiarò di averlo visto mentre si allontanava in direzione del cratere. E, in effetti, il corpo non venne mai ritrovato e ci fu chi disse che fosse stato ingoiato proprio da quel cratere formatosi con le eruzioni dell'estate dell'anno precedente.
Prima che l'anno finisse, Sara e il bambino si trasferirono a Palermo, città di cui lei era originaria.

Che gente s'incontra ai funerali, provò a scherzarci su Salvo, quarant'anni ben portati, inizio della maturità. Nonostante il sincero dolore causato dal lutto che lo colpiva, non vedeva l'ora di tornare a casa di Sara dove si trovava un baule perennemente chiuso, il cui contenuto, sperava, gli avrebbe permesso di conoscere suo padre e fornito, forse, risposte alle domande su di sé e sulla pasta di cui era fatto.

Il baule — lungo circa due metri, alto 80 centimetri e profondo altrettanto — era ermeticamente chiuso da una serratura blindata il cui chiavistello Sara aveva sempre portato al collo.
La sera stessa, dopo cena, Salvo, che non stava più nella pelle, comunicò alla moglie — senza neanche chiederle di accompagnarlo — che sarebbe andato a casa di sua madre per imballare alcuni oggetti che aveva rinvenuto lì e che voleva trasferire senza danni a casa loro al momento opportuno.
Mezzora dopo Salvo, munito del prezioso chiavistello, si trovava nella casa di via Albanese di fronte al baule. Questo, per dimensioni, fattura e pregio del legname, gli incuteva un po' di soggezione. Apertolo, non senza difficoltà, sentì subito un odore caratteristico che lo riportò indietro di trent'anni facendogli venire in mente in un sussulto papà Ignazio, anzi la sua mancanza.
Salvo si trovò così davanti al naso il vassoio superiore contenente diversi incartamenti, oggetti personali riposti in diverse scatoline, un beauty-case maschile, una divisa militare, un pastrano, un paio di scarponi da montagna, tutti sistemati con ordine. Venne subito attratto dalla carpetta che portava in bella evidenza una data di ben trentuno anni prima preceduta da una croce e la dicitura "Per nostro figlio Salvo". Incapace di dare alcun riferimento a quei numeri, velocemente la afferrò e alzatosi dalla posizione china in cui si trovava, si diresse verso l'ampio tavolo su cui aveva bisogno di posare la carpetta per leggerne quanto più attentamente il contenuto. Si sedette al tavolo, aprì la carpetta e lesse, non senza emozione, dal primo foglio:

Carissimo Salvo, unico e amatissimo figlio nostro, — riconobbe la calligrafia di Sara — se sei tu a leggere da solo queste mie righe vuol dire che ogni cosa è andata, con l'aiuto del Padreterno, secondo quanto tuo padre e io speravamo.
Ora ti racconto tutto quello che c'è da sapere, che tutti devono sapere, sulla scomparsa di tuo padre Ignazio, mio marito.
Papà era un grande conoscitore dell'Etna e, salvo qualche suo improbabile errore o improvvisa manifestazione effusiva del vulcano, difficilmente sarebbe potuto perire durante una tranquilla gita del C.R.A.L. In effetti lui non è per niente scomparso in quell'occasione ma, seppur per poco, è vissuto nell'ombra, anche a tua insaputa, sino a pochi giorni fa, data in cui ha dovuto cedere al suo peggior nemico, il fumo di sigaretta, che gli ha procurato quel tumore che lui già sapeva di avere da tempo.
Adesso che sto scrivendo hai appena nove anni. Difficilmente potresti comprendere e men che mai accettare la situazione in cui ci siamo trovati papà e io, ma sono sicura che quando sarai più grande e io non ci sarò più, leggendo quanto ti ho scritto, allora capirai!
Papà si è nascosto a tutti meno che a me perché ha dovuto uccidere due uomini, figli di capimafia, per salvare se stesso, la sua famiglia e la sua dignità. Io sono fiera di averlo aiutato sino all'ultimo suo giorno.
Questi due l'avevano, una prima volta, avvicinato per poi minacciarlo e vessarlo, lì, all'Ufficio e per strada. Anche in casa erano venuti. Tutto ciò per sondare la sua disponibilità a falsare alcune mappe relative a dei terreni siti nel comune di Catania oggetto di Piano Regolatore. I terreni erano già di loro proprietà e una volta definiti — a torto — edificabili, ciò avrebbe assicurato loro una forte speculazione. I due, giovani esponenti delle famiglie D'Ercole e Caldarella, neanche nascosero a papà le loro millantate amicizie con le stesse Autorità cui lui si era subito rivolto senza alcun esito.
Così, all'aumentare delle pressioni, rimasto solo, Papà comprese che, per non rimanere alla loro mercé, doveva trovare una soluzione alternativa. Scelse la strada della disponibilità e dell'amicizia — immagina tu! — rivolta a quei due, ma solo per prendere tempo. L'occasione di presentò durante una battuta di caccia sull'Etna che i due avevano organizzato anche per definire le ultime questioni con papà. Lui, alla guida della loro jeep, fece in modo che la vettura si ribaltasse in una scarpata in direzione del nuovo cratere. Ovviamente lui all'ultimo si era lanciato fuori. Mi raccontò che era sicuro fossero stati ingoiati dal vulcano. Fu per timore di rappresaglie da parte delle "famiglie" che decise — su mio suggerimento — di scomparire anche lui, ma senza che tu ne sapessi nulla. Così organizzammo la sua scomparsa il giorno dopo, durante quella gita. Sperava, una volta calmatesi le acque, di potere rientrare in seno alla famiglia o di andarcene tutti e tre da qualche parte nel mondo, lontano da mafia, mafiosi, minacce, paure e collusioni varie. Purtroppo non fu così perché — forse il cielo volle punirlo — il tumore peggiorò qualche mese dopo, sul finire del 1961, e una mattina, mentre tu eri a scuola, lui, che viveva nella soffitta da cui tu ogni tanto mi dicevi di sentir provenire strani rumori, scese sin nella stanza da letto grande, si buttò sul letto chiamandomi a gran voce e senza attendere che io arrivassi da lui, si permise di morire, così all'improvviso, lasciandoci soli tutti e due, amore mio! —
Salvo rimase in silenzio senza più leggere il seguito della lettera in cui Sara ritrovava, accanto al letto, le ultime volontà, secondo le quali — per non procurar loro fastidi e rischi — Ignazio desiderava essere segretamente mummificato e poi deposto in un apposito baule. Per questo lui le lasciava il recapito di un suo amico, il professore Landolina, valente mummificatore di scuola palermitana che, come già concordato, avrebbe operato a casa loro. Il compito di dar corso alla cristiana sepoltura sarebbe in seguito stato compito di Salvo, al momento della morte della mamma.
Quella sera Salvo non trovò il coraggio di sollevare il vassoio che dava accesso alla parte più capiente del baule. Tornò a casa sconvolto ma non poté fare a meno di raccontare tutto a Margaret che gli consigliò di avvisare la Polizia. Il resto è storia nota a tutti perché i giornali si impadronirono della vicenda: il cadavere di Ignazio, in perfetto stato di conservazione grazie all'utilizzo dell'Aldeide Formica dal caratteristico odore, venne ritrovato dalla Polizia all'interno del baule e fu tumulato in seguito accanto al corpo di Sara. Si accertò che la scomparsa dei due mafiosi non era mai stata denunciata perché i due risultavano viventi, tant'è che avevano partecipato al funerale di Sara e parteciparono pure a quello di Ignazio. Interrogati dal Magistrato i due, pur ammettendo di avere conosciuto il defunto, negarono tutto il resto. La magistratura archiviò l'inchiesta.
Qualche giorno dopo, il coraggio e la determinazione di Ignazio passarono in secondo piano perché ci si dovette occupare d'altro. Infatti:
— il 12 marzo veniva ucciso Salvo Lima, sindaco di Palermo negli anni '60, trait d'union con la mafia;
— il 23 maggio e il 10 luglio, in una sequenza da incubo, la città di Palermo perdeva (insieme a un congiunto e a persone della scorta), due dei suoi migliori figli, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in due micidiali attentati che la stampa subito assimilò ai bombardamenti israeliani su Beirut della guerra libanese di dieci anni prima. In effetti, la guerra ricominciava.

F I N E