Baci, baci e ancora
baci. Non ne poteva più. Asciutti, appiccicosi, delicati, scoccati, bavosi,
doppi: le sue guance erano diventate un ricettacolo di germi che lui, immobile,
veicolava a tutti quelli che gli si avvicinavano.
E le strette di mano:
calorose, leggere, umide, sfuggenti, ripetute, interminabili.
E che dire delle frasi
che gli venivano rivolte: le solite. Alcune struggenti, altre appassionate,
altre di circostanza, ora incomprensibili, ora errate, ora inconcludenti.
Ce n'erano di
personaggi riuniti in quella vistosa moderna chiesa di via Notarbartolo dalla
curiosa facciata simil-neo-gotica per la dolorosa occasione della morte di
mamma Sara, in un pomeriggio piovoso e triste del solitamente dolce inverno
palermitano. Ad esempio quei due "personaggi" infilati ciascuno
dentro un ingombrante cappotto scuro, due cariatidi, però alte e imponenti. Si
ricordava ancora i baci bavosi subiti da entrambi e le parole pronunciate con
voce rauca dal forte accento in dialetto catanese da uno dei due:
— Condoglianze dottor
Indelicato. Siamo due vecchi amici di papà, che Iddio l'abbia in gloria. Ma
conoscevamo bene anche la sua povera mamma. Mi permette? Le presento il signor
Caldarella mentre io sono il signor D'Ercole. Le porgiamo le condoglianze da
parte del dottor Landolina, pure amico di papà, che sua madre conobbe in
seguito alla di lui scomparsa. È grande e non sta molto bene… Ci dispiace
veramente assai — concluse sottolineando quanto le sue parole sottintendevano di
volta in volta, con una serie di forti strette di mano.
Troppo forti, si disse
Salvo, chiedendosi cosa potessero sottintendere le parole della cariatide?
Il papà di Salvo,
Ignazio, era un oscuro funzionario del Comune di Catania, scomparso in
circostanze mai chiarite sul finire dell'estate del 1961 durante una gita
sull'Etna organizzata dal locale C.R.A.L. per gli impiegati del Comune, gita a
cui aveva partecipato con il piccolo Salvo e la moglie. Agli inquirenti Sara
dichiarò di averlo visto mentre si allontanava in direzione del cratere. E, in
effetti, il corpo non venne mai ritrovato e ci fu chi disse che fosse stato
ingoiato proprio da quel cratere formatosi con le eruzioni dell'estate
dell'anno precedente.
Prima che l'anno
finisse, Sara e il bambino si trasferirono a Palermo, città di cui lei era
originaria.
Che gente s'incontra ai
funerali, provò a scherzarci su Salvo, quarant'anni ben portati, inizio della
maturità. Nonostante il sincero dolore causato dal lutto che lo colpiva, non
vedeva l'ora di tornare a casa di Sara dove si trovava un baule perennemente
chiuso, il cui contenuto, sperava, gli avrebbe permesso di conoscere suo padre
e fornito, forse, risposte alle domande su di sé e sulla pasta di cui era
fatto.
Il baule — lungo circa
due metri, alto 80 centimetri e profondo altrettanto — era ermeticamente chiuso
da una serratura blindata il cui chiavistello Sara aveva sempre portato al
collo.
La sera stessa, dopo
cena, Salvo, che non stava più nella pelle, comunicò alla moglie — senza
neanche chiederle di accompagnarlo — che sarebbe andato a casa di sua madre per
imballare alcuni oggetti che aveva rinvenuto lì e che voleva trasferire senza
danni a casa loro al momento opportuno.
Mezzora dopo Salvo,
munito del prezioso chiavistello, si trovava nella casa di via Albanese di
fronte al baule. Questo, per dimensioni, fattura e pregio del legname, gli
incuteva un po' di soggezione. Apertolo, non senza difficoltà, sentì subito un
odore caratteristico che lo riportò indietro di trent'anni facendogli venire in
mente in un sussulto papà Ignazio, anzi la sua mancanza.
Salvo si trovò così
davanti al naso il vassoio superiore contenente diversi incartamenti, oggetti
personali riposti in diverse scatoline, un beauty-case maschile, una divisa
militare, un pastrano, un paio di scarponi da montagna, tutti sistemati con
ordine. Venne subito attratto dalla carpetta che portava in bella evidenza una
data di ben trentuno anni prima preceduta da una croce e la dicitura "Per nostro figlio Salvo". Incapace
di dare alcun riferimento a quei numeri, velocemente la afferrò e alzatosi
dalla posizione china in cui si trovava, si diresse verso l'ampio tavolo su cui
aveva bisogno di posare la carpetta per leggerne quanto più attentamente il
contenuto. Si sedette al tavolo, aprì la carpetta e lesse, non senza emozione,
dal primo foglio:
— Carissimo Salvo, unico e amatissimo figlio nostro, — riconobbe la
calligrafia di Sara — se sei tu a leggere
da solo queste mie righe vuol dire che ogni cosa è andata, con l'aiuto del
Padreterno, secondo quanto tuo padre e io speravamo.
Ora
ti racconto tutto quello che c'è da sapere, che tutti devono sapere, sulla
scomparsa di tuo padre Ignazio, mio marito.
Papà
era un grande conoscitore dell'Etna e, salvo qualche suo improbabile errore o
improvvisa manifestazione effusiva del vulcano, difficilmente sarebbe potuto
perire durante una tranquilla gita del C.R.A.L. In effetti lui non è per niente
scomparso in quell'occasione ma, seppur per poco, è vissuto nell'ombra, anche a
tua insaputa, sino a pochi giorni fa, data in cui ha dovuto cedere al suo
peggior nemico, il fumo di sigaretta, che gli ha procurato quel tumore che lui
già sapeva di avere da tempo.
Adesso
che sto scrivendo hai appena nove anni. Difficilmente potresti comprendere e
men che mai accettare la situazione in cui ci siamo trovati papà e io, ma sono
sicura che quando sarai più grande e io non ci sarò più, leggendo quanto ti ho
scritto, allora capirai!
Papà
si è nascosto a tutti meno che a me perché ha dovuto uccidere due uomini, figli
di capimafia, per salvare se stesso, la sua famiglia e la sua dignità. Io sono
fiera di averlo aiutato sino all'ultimo suo giorno.
Questi
due l'avevano, una prima volta, avvicinato per poi minacciarlo e vessarlo, lì,
all'Ufficio e per strada. Anche in casa erano venuti. Tutto ciò per sondare la
sua disponibilità a falsare alcune mappe relative a dei terreni siti nel comune
di Catania oggetto di Piano Regolatore. I terreni erano già di loro proprietà e
una volta definiti — a torto — edificabili, ciò avrebbe assicurato loro una
forte speculazione. I due, giovani esponenti delle famiglie D'Ercole e
Caldarella, neanche nascosero a papà le loro millantate amicizie con le stesse
Autorità cui lui si era subito rivolto senza alcun esito.
Così,
all'aumentare delle pressioni, rimasto solo, Papà comprese che, per non
rimanere alla loro mercé, doveva trovare una soluzione alternativa. Scelse la
strada della disponibilità e dell'amicizia — immagina tu! — rivolta a quei due,
ma solo per prendere tempo. L'occasione di presentò durante una battuta di
caccia sull'Etna che i due avevano organizzato anche per definire le ultime
questioni con papà. Lui, alla guida della loro jeep, fece in modo che la
vettura si ribaltasse in una scarpata in direzione del nuovo cratere.
Ovviamente lui all'ultimo si era lanciato fuori. Mi raccontò che era sicuro
fossero stati ingoiati dal vulcano. Fu per timore di rappresaglie da parte
delle "famiglie" che decise — su mio suggerimento — di scomparire
anche lui, ma senza che tu ne sapessi nulla. Così organizzammo la sua scomparsa
il giorno dopo, durante quella gita. Sperava, una volta calmatesi le acque, di
potere rientrare in seno alla famiglia o di andarcene tutti e tre da qualche
parte nel mondo, lontano da mafia, mafiosi, minacce, paure e collusioni varie.
Purtroppo non fu così perché — forse il cielo volle punirlo — il tumore
peggiorò qualche mese dopo, sul finire del 1961, e una mattina, mentre tu eri a
scuola, lui, che viveva nella soffitta da cui tu ogni tanto mi dicevi di sentir
provenire strani rumori, scese sin nella stanza da letto grande, si buttò sul
letto chiamandomi a gran voce e senza attendere che io arrivassi da lui, si
permise di morire, così all'improvviso, lasciandoci soli tutti e due, amore
mio! —
Salvo rimase in
silenzio senza più leggere il seguito della lettera in cui Sara ritrovava,
accanto al letto, le ultime volontà, secondo le quali — per non procurar loro
fastidi e rischi — Ignazio desiderava essere segretamente mummificato e poi
deposto in un apposito baule. Per questo lui le lasciava il recapito di un suo
amico, il professore Landolina, valente mummificatore di scuola palermitana
che, come già concordato, avrebbe operato a casa loro. Il compito di dar corso
alla cristiana sepoltura sarebbe in seguito stato compito di Salvo, al momento
della morte della mamma.
Quella sera Salvo non
trovò il coraggio di sollevare il vassoio che dava accesso alla parte più
capiente del baule. Tornò a casa sconvolto ma non poté fare a meno di
raccontare tutto a Margaret che gli consigliò di avvisare la Polizia. Il resto
è storia nota a tutti perché i giornali si impadronirono della vicenda: il
cadavere di Ignazio, in perfetto stato di conservazione grazie all'utilizzo
dell'Aldeide Formica dal caratteristico odore, venne ritrovato dalla Polizia
all'interno del baule e fu tumulato in seguito accanto al corpo di Sara. Si
accertò che la scomparsa dei due mafiosi non era mai stata denunciata perché i
due risultavano viventi, tant'è che avevano partecipato al funerale di Sara e
parteciparono pure a quello di Ignazio. Interrogati dal Magistrato i due, pur
ammettendo di avere conosciuto il defunto, negarono tutto il resto. La
magistratura archiviò l'inchiesta.
Qualche giorno dopo, il
coraggio e la determinazione di Ignazio passarono in secondo piano perché ci si
dovette occupare d'altro. Infatti:
— il 12 marzo veniva
ucciso Salvo Lima, sindaco di Palermo negli anni '60, trait d'union con la
mafia;
— il 23 maggio e il 10
luglio, in una sequenza da incubo, la città di Palermo perdeva (insieme a un
congiunto e a persone della scorta), due dei suoi migliori figli, i magistrati
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in due micidiali attentati che la stampa
subito assimilò ai bombardamenti israeliani su Beirut della guerra libanese di
dieci anni prima. In effetti, la guerra ricominciava.
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