giovedì 16 gennaio 2014

Non parlare.



Non parlare mai d’amore
se non trovi le parole
se là fuori splende il sole
ma non sei tu dell’umore.
Lei però insiste e lo vuole…

E tu a dipinger le nùvole,
a far riaprir tutte le scuole
a coltivarvi nelle aiuole
fior, d’apporre nelle asòle
per ridarle un po’ colore…
Lei lo stesso se ne duole:
- Ecco il re dei latin-love! -
son di sprezzo le parole.

Se però par che il tuo cuore
batta giù sotto le suole,
certo lei non te ne vuole 
se, adducendo raffreddore,
lasci un attimo il tuo amore
e prenoti alle Comore.

Castellammare, lì - prime ore del 26.11.2013


lunedì 10 giugno 2013

1992, ovvero Il segreto di Sara.


Baci, baci e ancora baci. Non ne poteva più. Asciutti, appiccicosi, delicati, scoccati, bavosi, doppi: le sue guance erano diventate un ricettacolo di germi che lui, immobile, veicolava a tutti quelli che gli si avvicinavano.
E le strette di mano: calorose, leggere, umide, sfuggenti, ripetute, interminabili.
E che dire delle frasi che gli venivano rivolte: le solite. Alcune struggenti, altre appassionate, altre di circostanza, ora incomprensibili, ora errate, ora inconcludenti.
Ce n'erano di personaggi riuniti in quella vistosa moderna chiesa di via Notarbartolo dalla curiosa facciata simil-neo-gotica per la dolorosa occasione della morte di mamma Sara, in un pomeriggio piovoso e triste del solitamente dolce inverno palermitano. Ad esempio quei due "personaggi" infilati ciascuno dentro un ingombrante cappotto scuro, due cariatidi, però alte e imponenti. Si ricordava ancora i baci bavosi subiti da entrambi e le parole pronunciate con voce rauca dal forte accento in dialetto catanese da uno dei due:
— Condoglianze dottor Indelicato. Siamo due vecchi amici di papà, che Iddio l'abbia in gloria. Ma conoscevamo bene anche la sua povera mamma. Mi permette? Le presento il signor Caldarella mentre io sono il signor D'Ercole. Le porgiamo le condoglianze da parte del dottor Landolina, pure amico di papà, che sua madre conobbe in seguito alla di lui scomparsa. È grande e non sta molto bene… Ci dispiace veramente assai — concluse sottolineando quanto le sue parole sottintendevano di volta in volta, con una serie di forti strette di mano.
Troppo forti, si disse Salvo, chiedendosi cosa potessero sottintendere le parole della cariatide?
Il papà di Salvo, Ignazio, era un oscuro funzionario del Comune di Catania, scomparso in circostanze mai chiarite sul finire dell'estate del 1961 durante una gita sull'Etna organizzata dal locale C.R.A.L. per gli impiegati del Comune, gita a cui aveva partecipato con il piccolo Salvo e la moglie. Agli inquirenti Sara dichiarò di averlo visto mentre si allontanava in direzione del cratere. E, in effetti, il corpo non venne mai ritrovato e ci fu chi disse che fosse stato ingoiato proprio da quel cratere formatosi con le eruzioni dell'estate dell'anno precedente.
Prima che l'anno finisse, Sara e il bambino si trasferirono a Palermo, città di cui lei era originaria.

Che gente s'incontra ai funerali, provò a scherzarci su Salvo, quarant'anni ben portati, inizio della maturità. Nonostante il sincero dolore causato dal lutto che lo colpiva, non vedeva l'ora di tornare a casa di Sara dove si trovava un baule perennemente chiuso, il cui contenuto, sperava, gli avrebbe permesso di conoscere suo padre e fornito, forse, risposte alle domande su di sé e sulla pasta di cui era fatto.

Il baule — lungo circa due metri, alto 80 centimetri e profondo altrettanto — era ermeticamente chiuso da una serratura blindata il cui chiavistello Sara aveva sempre portato al collo.
La sera stessa, dopo cena, Salvo, che non stava più nella pelle, comunicò alla moglie — senza neanche chiederle di accompagnarlo — che sarebbe andato a casa di sua madre per imballare alcuni oggetti che aveva rinvenuto lì e che voleva trasferire senza danni a casa loro al momento opportuno.
Mezzora dopo Salvo, munito del prezioso chiavistello, si trovava nella casa di via Albanese di fronte al baule. Questo, per dimensioni, fattura e pregio del legname, gli incuteva un po' di soggezione. Apertolo, non senza difficoltà, sentì subito un odore caratteristico che lo riportò indietro di trent'anni facendogli venire in mente in un sussulto papà Ignazio, anzi la sua mancanza.
Salvo si trovò così davanti al naso il vassoio superiore contenente diversi incartamenti, oggetti personali riposti in diverse scatoline, un beauty-case maschile, una divisa militare, un pastrano, un paio di scarponi da montagna, tutti sistemati con ordine. Venne subito attratto dalla carpetta che portava in bella evidenza una data di ben trentuno anni prima preceduta da una croce e la dicitura "Per nostro figlio Salvo". Incapace di dare alcun riferimento a quei numeri, velocemente la afferrò e alzatosi dalla posizione china in cui si trovava, si diresse verso l'ampio tavolo su cui aveva bisogno di posare la carpetta per leggerne quanto più attentamente il contenuto. Si sedette al tavolo, aprì la carpetta e lesse, non senza emozione, dal primo foglio:

Carissimo Salvo, unico e amatissimo figlio nostro, — riconobbe la calligrafia di Sara — se sei tu a leggere da solo queste mie righe vuol dire che ogni cosa è andata, con l'aiuto del Padreterno, secondo quanto tuo padre e io speravamo.
Ora ti racconto tutto quello che c'è da sapere, che tutti devono sapere, sulla scomparsa di tuo padre Ignazio, mio marito.
Papà era un grande conoscitore dell'Etna e, salvo qualche suo improbabile errore o improvvisa manifestazione effusiva del vulcano, difficilmente sarebbe potuto perire durante una tranquilla gita del C.R.A.L. In effetti lui non è per niente scomparso in quell'occasione ma, seppur per poco, è vissuto nell'ombra, anche a tua insaputa, sino a pochi giorni fa, data in cui ha dovuto cedere al suo peggior nemico, il fumo di sigaretta, che gli ha procurato quel tumore che lui già sapeva di avere da tempo.
Adesso che sto scrivendo hai appena nove anni. Difficilmente potresti comprendere e men che mai accettare la situazione in cui ci siamo trovati papà e io, ma sono sicura che quando sarai più grande e io non ci sarò più, leggendo quanto ti ho scritto, allora capirai!
Papà si è nascosto a tutti meno che a me perché ha dovuto uccidere due uomini, figli di capimafia, per salvare se stesso, la sua famiglia e la sua dignità. Io sono fiera di averlo aiutato sino all'ultimo suo giorno.
Questi due l'avevano, una prima volta, avvicinato per poi minacciarlo e vessarlo, lì, all'Ufficio e per strada. Anche in casa erano venuti. Tutto ciò per sondare la sua disponibilità a falsare alcune mappe relative a dei terreni siti nel comune di Catania oggetto di Piano Regolatore. I terreni erano già di loro proprietà e una volta definiti — a torto — edificabili, ciò avrebbe assicurato loro una forte speculazione. I due, giovani esponenti delle famiglie D'Ercole e Caldarella, neanche nascosero a papà le loro millantate amicizie con le stesse Autorità cui lui si era subito rivolto senza alcun esito.
Così, all'aumentare delle pressioni, rimasto solo, Papà comprese che, per non rimanere alla loro mercé, doveva trovare una soluzione alternativa. Scelse la strada della disponibilità e dell'amicizia — immagina tu! — rivolta a quei due, ma solo per prendere tempo. L'occasione di presentò durante una battuta di caccia sull'Etna che i due avevano organizzato anche per definire le ultime questioni con papà. Lui, alla guida della loro jeep, fece in modo che la vettura si ribaltasse in una scarpata in direzione del nuovo cratere. Ovviamente lui all'ultimo si era lanciato fuori. Mi raccontò che era sicuro fossero stati ingoiati dal vulcano. Fu per timore di rappresaglie da parte delle "famiglie" che decise — su mio suggerimento — di scomparire anche lui, ma senza che tu ne sapessi nulla. Così organizzammo la sua scomparsa il giorno dopo, durante quella gita. Sperava, una volta calmatesi le acque, di potere rientrare in seno alla famiglia o di andarcene tutti e tre da qualche parte nel mondo, lontano da mafia, mafiosi, minacce, paure e collusioni varie. Purtroppo non fu così perché — forse il cielo volle punirlo — il tumore peggiorò qualche mese dopo, sul finire del 1961, e una mattina, mentre tu eri a scuola, lui, che viveva nella soffitta da cui tu ogni tanto mi dicevi di sentir provenire strani rumori, scese sin nella stanza da letto grande, si buttò sul letto chiamandomi a gran voce e senza attendere che io arrivassi da lui, si permise di morire, così all'improvviso, lasciandoci soli tutti e due, amore mio! —
Salvo rimase in silenzio senza più leggere il seguito della lettera in cui Sara ritrovava, accanto al letto, le ultime volontà, secondo le quali — per non procurar loro fastidi e rischi — Ignazio desiderava essere segretamente mummificato e poi deposto in un apposito baule. Per questo lui le lasciava il recapito di un suo amico, il professore Landolina, valente mummificatore di scuola palermitana che, come già concordato, avrebbe operato a casa loro. Il compito di dar corso alla cristiana sepoltura sarebbe in seguito stato compito di Salvo, al momento della morte della mamma.
Quella sera Salvo non trovò il coraggio di sollevare il vassoio che dava accesso alla parte più capiente del baule. Tornò a casa sconvolto ma non poté fare a meno di raccontare tutto a Margaret che gli consigliò di avvisare la Polizia. Il resto è storia nota a tutti perché i giornali si impadronirono della vicenda: il cadavere di Ignazio, in perfetto stato di conservazione grazie all'utilizzo dell'Aldeide Formica dal caratteristico odore, venne ritrovato dalla Polizia all'interno del baule e fu tumulato in seguito accanto al corpo di Sara. Si accertò che la scomparsa dei due mafiosi non era mai stata denunciata perché i due risultavano viventi, tant'è che avevano partecipato al funerale di Sara e parteciparono pure a quello di Ignazio. Interrogati dal Magistrato i due, pur ammettendo di avere conosciuto il defunto, negarono tutto il resto. La magistratura archiviò l'inchiesta.
Qualche giorno dopo, il coraggio e la determinazione di Ignazio passarono in secondo piano perché ci si dovette occupare d'altro. Infatti:
— il 12 marzo veniva ucciso Salvo Lima, sindaco di Palermo negli anni '60, trait d'union con la mafia;
— il 23 maggio e il 10 luglio, in una sequenza da incubo, la città di Palermo perdeva (insieme a un congiunto e a persone della scorta), due dei suoi migliori figli, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in due micidiali attentati che la stampa subito assimilò ai bombardamenti israeliani su Beirut della guerra libanese di dieci anni prima. In effetti, la guerra ricominciava.

F I N E

sabato 6 aprile 2013

Noi due.



Io, che non riconosco più il mondo e le cose,
vorrei ridarti la luce che hai perso
vorrei donarti un mio cuore diverso
che te le renda di nuovo gioiose
che ti allontani un po’ dal tuo inverno
che ti rammenti cosa sono le rose.

Tu, che mi detesti dal profondo del cuore,

che mi vorresti di sicuro all’inferno
ma che mi amavi sino a quando l’Eterno
volle per noi un futuro diverso,
se ascolti ora queste mie parole,
sappi che t’amerò anche dopo che il verso
sarà inghiottito dalla luce del sole
e sarà scomparso l’intero universo.

Giorgio Passalacqua 9.03.2013

martedì 26 marzo 2013

un'altro pezzetto di nonno Terno


Ora, sentite cosa mi capita:
il pomeriggio di quel giorno, terminate le lezioni, avrei dovuto portare il libro di testo di una materia per la quale avevo già sostenuto l'esame (prendendomi pure un bel 30), ad una mia amica come me iscritta alla Facoltà di Lettere.
Era ancora quasi ora di pranzo quando arrivai in via dei Cinturinai al numero civico che sapevo essere quello dove abitava la mia amica Diletta.
Era ancora inverno e faceva freddo come fa freddo a Palermo in inverno: un freddo umido ed insopportabile, poco gradito anche alla gente del nord.
Per strada non c'era nessuno, un po’ per il freddo, un po’ per l’ora ed un po’ anche perché, come noi, parecchi degli abitanti dal centro erano sfollati nei paesi limitrofi. Il portone era aperto e così entrai senza pensare di dover suonare al campanello esterno.
All’interno dell’atrio del palazzo (che un tempo era stato interamente abitato dalla nobiltà palermitana che poi, per necessità, era stata costretta in parte a vendere) c'era un altarino, un'edicola votiva verso la quale mi giravo sempre, ogni volta che venivo a trovare Diletta, facendomi il segno della croce ed a volte anche rivolgendo qualche preghiera alla Madonnina che dentro v’era raffigurata, cosa che feci anche stavolta.
Oltre a essere molto brava a scuola ero anche una ragazzina beneducata, votata allo studio, alla ginnastica, devota a Gesù e ai dettami di quell'altra nuova religione che, dagli anni ’20, imperava in Italia, il fascismo. In fondo ero nata solo un anno prima della marcia su Roma!
La ginnastica era la mia ossessione, ma di recente ero diventata un'appassionata di tiro con la pistola. I miei mi avevano comprato, dopo tante (ma in fondo non molte) preghiere, una Beretta canna lunga calibro 22 di cui mi ero selvaggiamente innamorata al punto da dormirci assieme la notte, la testa poggiata sul cuscino sotto cui celavo l'oggetto della mia passione.
La pistola poteva uscire da casa mia solo in occasione di manifestazioni o di esercitazioni di tirassegno, con la necessaria autorizzazione della Questura, ma questa volta, poiché secondo me andare in treno poteva essere fonte di incontri pericolosi, me l’ero portata dietro all'insaputa dei miei genitori.

Il portone si chiuse di colpo distogliendomi dalle mie preghiere e facendomi sobbalzare per lo spavento. Dalla penombra dell'androne si materializzò una figura intabarrata in un cappottone che in un attimo riconobbi, prima ancora che mi sibilasse qualcosa che non afferrai. Prima che mi si avvicinasse ancora di più, con la velocità dovuta alla gioia di poterla usare per difesa, avevo estratto dalla borsa dei libri semiaperta un’inquietante Beretta calibro 22, che ad un occhio inesperto poteva sembrare la ben più famosa Mauser tedesca e l’uomo si bloccò.
- Sono il palo… - biascicò
- Io ti conosco – affermai trionfante, pistola sempre in pugno. – Ti ho incontrato al rifugio, che mi fissavi. Perché? – chiesi, ingenua.
Lui, con quella velocità mentale, che in seguito imparai a conoscere ed apprezzare, colse al volo la mia indecisione e, con tono quasi urtato, esplose:
- Sono il palo … il palo …, il palombaro della Regia Marina Matteo Pagano… in licenza di convalescenza – aggiunse frettolosamente – per servirvi, signorina! Però mettete giù quella Mauser – pregò – potremmo farci male. Che ci fa una bella morettina come voi, così giovane, con quel giocattolo? – aggiunse, completando il suo profilo.
- Serve per difendermi in caso di brutte sorprese … e, vi avverto: sono campionessa junior di tiro a segno 1942 ai Giochi della Lupa che si tennero a Catania: ho una mira infallibile, volete vedere? - aggiunsi ironica.
- No grazie, non ce n’è bisogno. Ma vi ripeto: sono un marinaio della Regia Marina, specializzato palombaro: salvataggi e sminamenti. Lavori difficili e pericolosi. E siamo in pochi. Non vorreste uccidere un raro uomo di mare? – chiese, retorico.
Non ci pensavo nemmeno ed allora chiesi, brusca: - Che ci fate qui? – 
- Il giorno che … ci siamo visti era il 7 di gennaio, vero? Ebbene, sono vivo per miracolo! Lo sapete che successe quel giorno? Gli americani bombardarono il porto. Al molo del cantiere c’era il cacciatorpediniere della classe Soldati: il Bersagliere.
Era lì perché gli stavano montando il …, non lo potrei dire perché è segreto militare, ma ormai …, gli stavano mettendo l’ecogoniometro, ma adesso … Io ero in libera uscita e mi son salvato per un puro caso. Il mio Bersagliere! – e fece come per piangere.
- Mi spiace, l’ho sentito dire, ma non sapevo che voi foste un marinaio dell'equipaggio, anzi un palombaro! – E aggiunsi, fredda: - E come siete qui? -

- Ero venuto, per conto … ehm … del mio comandante, a trovare i conti Naselli, ma al campanello esterno …, uhm – si interruppe alzando gli occhi al cielo e tendendo l’orecchio per sentire lontani rumori – non mi rispondevano e così sono entrato ed ho richiuso il portone. Ora, anzi, salgo un attimo da loro per vedere perché non ci sono, cioè, per vedere perché non rispondono e … - aggiunse.
- Cielo – l’interruppi io – mi parte il trenino fra poco e devo scappare. Potreste salire da loro questo libro? E’ per la figlia, Diletta, che è una mia compagna di studi.. –
- Certo che si, signorina – confermò lui, lieto che io avessi rinfoderato l’arma. – Salgo – mormorò – vediamo che stanno combinando. –
- Ma chi, i conti? – chiesi, sorpresa dalla poco rispettosa intenzione.
- Si, cioè perché non rispondono – taglio corto lui, ormai padrone della scena.
Gli porsi il libro e dopo  un attimo non lo vidi più (almeno per quella sera …).

La sera stessa, a casa, raccontando emozionata ai miei l’avventura occorsami, dovetti anche confessare della pistola e sorbirmi da mamma Carmelina la paternale di rito a proposito del fatto che avessi portato la Beretta con me a Palermo.
Da mio padre furono colte un paio di stranezze negli accadimenti, anzi, per meglio dire, nella parole del palombaro Matteo Pagano.

- Pensa, papà, l’ha scambiata per una Mauser! – esclamai.
- Strano, bambina mia, – affermò mio padre, ormai per nulla seccato o preoccupato (come almeno dava a parere) del mio racconto. Era questo che mi piaceva di lui … - strano, perché proprio la pistola Mauser, tedesca, è in uso alla Regia Marina dal 1896 e un marinaio (della Regia Marina) dovrebbe distinguerla da una Beretta da tiro, ma a volte la paura può fare brutti scherzi – concluse papà.
- Scusa papà, ma l’altra stranezza? – chiesi.
- Mah, niente: vorrei sapere se i cacciatorpedinieri imbarcano palombari, anzi se il Bersagliere, al molo per lavori, aveva palombari con sé, anzi se c’era imbarcato il marinaio Matteo Pagano. Parlerò, appena lo vedo, con il Comandante del Porto che è amico dello zio Gaetano, quello della Regia Guardia di Finanza. –

Mio padre, cinquantenne ingegnere minerario, non aveva mai interamente digerito quello che in Italia, solo in seguito, chiameremo regime fascista. E non esercitava la professione, si limitava a fornire consulenze spesso a firma altrui, in particolare di un suo collega (e forse anche amico, seppure interessato), che l’aiutava in cambio di una piccola quota dell’intera parcella che gli pagavano.
Eppure, nonostante le discriminazioni, tollerava il mio entusiasmo per le manifestazioni del fascismo. Gli volevo bene anche per questo!
La cosa strana fu che mia madre, che di cognome faceva Pagano, non intervenne più nella nostra conversazione. Era una donna molto riservata ma io sapevo che si sarebbe interessata alla questione anche successivamente perché ricordavo, come probabilmente mio padre, che un Matteo Pagano era un nostro parente di cui non si avevano da tempo più notizie.
Il cognome Pagano era comunque comune nella zona orientale della Sicilia ed in effetti mia madre proveniva proprio da lì. Molti dei suoi parenti io li conoscevo bene ma non tutti perché erano tanti e stavano appunto dall'altro lato dell'isola.
La sera mia madre e mio padre parlottarono a lungo prima di addormentarsi. Io li sentivo. Capii che avrebbero richiesto ai genitori di Matteo, il cui padre era fratello grande di mamma e dunque mio zio, una foto, la più recente, di Matteo, mio cugino per poi sottopormela.
Dunque conclusi, dalle sponde del mio lettino, … avevo puntato con la pistola mio cugino? Ero sconvolta. No, decisi, non poteva essere mio cugino, per come mi parlava … e allora perché mi fissò così intensamente la prima volta? Niente, conclusi in fretta: non avevamo nulla in comune.

Era la prima volta, forse, che - pur sforzandomi - non capivo.
Ancora non mi ero accorta che la vita, che fin’adesso mi ero vista scorrere intorno a mia misura, perfettamente liscia ed oleata, come imbrigliata in un condotto senza ostacoli né improvvisi cambi di traiettoria, stavolta, nell’incontrare l’ostacolo dei miei primi dubbi, posti come pietre nel letto di un torrente, reagisse sollevandosi e spruzzandomi un po’.
Ma io, come mia abitudine e come diverrà il mio consueto modo di vivere, non mi sarei sporcata o bagnata affatto. In fin di conti ero una Giovane Fascista, campionessa junior di tiro a segno del 1942!

Non pensavamo più, almeno in apparenza, a nonno Terno e d'altronde io stavo lavorando alla tesi che avrei discusso tra qualche settimana, mentre la guerra con le sue vicissitudini terribili, che giungevano smorzate al Paese ed i bombardamenti alleati che pareva si ostinassero sulla città, ci avevano rapito cuore e mente.
Era come se, almeno io, rinviassimo i pensieri a data da destinarsi, forse per non sporcarli con gli orrori della guerra, forse perché, pensavo, in un periodo così pesante, opprimente, non potevano nascere pensieri puri, assoluti, ma sempre viziati, marchiati da questa oppressione, alterati da questa pesantezza, come alterati eravamo pure noi, in fondo.
Ci sentivamo come sospesi in un limbo, intenti più che altro ad aspettare che tutto finisse e, se rimasti vivi, ricominciare a vivere come una volta.

Intanto le mie idee sul regime cominciavano a maturare perché, da mille piccoli particolari, mi accorgevo che molte delle cose poste a fondamento dal regime, i cosiddetti valori in cui credevo, non esistevano o non erano importanti o utili come il regime li descriveva.
Certo, prima di ridursi come Palermo si stava riducendo, a forza di bombe, la città doveva al Duce un certo, seppur drastico, rinnovamento architettonico e strutturale, ma non era questo il punto. Di fronte allo spauracchio della guerra suonavano vuote le parole magniloquenti di cui ci avevano infarcito orecchie e, per molti, anche cervello. Al loro posto iniziavano timidamente a circolare valori come la solidarietà, la fratellanza, il desiderio di riappacificarsi con il mondo intero. Questi dubbi aumentarono quando cominciarono a piovere dal cielo manifestini in italiano che giustificavano i bombardamenti - ma si può? - ed esortavano alla rivolta. Ma questi americani, perché si erano scomodati da tanto lontano per venirci a bombardare?
Ed in effetti lo scollamento tra la popolazione ed il regime era divenuto irreparabile e se ancora una giovane come me, vissuta a pane e ... (scusate, ma dopo tanti anni, non riesco più a pronunciare tutta la frase), poteva ancora rimanere attaccata a certe immagini, chi era più avanti in età ed aveva visto crescere il fascismo, non poteva non ricordare, oggi più di ieri, con quali metodi il regime si fosse fatto avanti ed imposto nel Paese.

Quel giorno (la data resterà tristemente famosa per i palermitani che in qualche modo ne siano stati direttamente o meno a conoscenza) eravamo nella tenuta dei nobili Valdina che si trovava e si trova tuttora tra Solanto e Santa Flavia. Abbastanza vicini a Villabate ma troppo lontani da Palermo (almeno per me che andavo e venivo sempre in bicicletta), tanto è vero che era proprio in quella magnifica tenuta che saremmo dovuti andare da sfollati, come peraltro molta altra gente era andata, ma io ero stata irremovibile: avevo da preparare la tesi di laurea e poi sostenere proprio quell'esame e non potevo rischiare.

La tenuta era molto vasta ed io, in bicicletta, giocavo a perdermi lungo i viali alberati che terminavano nei vasti campi coltivati a loro volta circondati in parte dalla montagna. Dalla parte opposta, in direzione dell'ingresso il mare. Era il 7 maggio mattina, una domenica, ed in realtà la maggioranza della gente era lì per assistere alla Santa Messa nella piccola cappella di famiglia attigua alla grande casa di campagna dei proprietari e nel mentre fare due passi nel verde riposante dei viali o andare più tardi a fare picnic sul limitare alberato di uno dei tanti campi coltivati ad ortaggi e primizie, vanto della proprietà. Sobri e riservati, i conti, non apparivano quasi mai, ma la loro tenuta era solitamente aperta a tutti.
Sentimmo il rumore dei motori degli aerei americani (lì non c'era la sirena) e tutti in silenzio ci voltammo verso il cielo terso sopra di noi.

Già dall'intensità e provenienza del rumore avevamo capito sia che erano tanti sia dove fossero diretti e quando li intravedemmo, avemmo conferma che tutti si dirigevano senza incontrare ostacoli su Palermo. Erano una quantità mai vista e pure scortati da qualche decina di aerei più piccoli (i caccia). Chissà perché, mi chiedevo. Noi non abbiamo più nemmeno uno straccio di contraerea ed i pochi e vecchi nostri caccia di stanza, con qualcuno tedesco, a Boccadifalco ormai con una scusa o un'altra non si levavano più ad intercettare quella macchina di morte e distruzione che erano i bombardieri B 52....

Non ci volle molto e tutti noi, rimasti atterriti, ciascuno esattamente nel punto in cui si trovava, dopo aver scrutato il cielo ed appresa così la sorte della città, cominciammo a sentire i boati cupi e senza fine che segnavano distruzione, morte e perdita di persone e cose care per tutti noi.

La domenica non esisteva più ed anche  la tanto pubblicizzata partita di calcio tra l'agguerrita squadra locale dell'Indomita ed il Palermo (che allora militava in serie B) passò in secondo piano.

Il bombardamento (dal nostro punto di vista, anzi di ascolto) durò almeno un’ora, poi calarono d'intensità i tuoni ed i boati e quegli scuotimenti del terreno che erano diventati quella mattina di primavera un continuo assordante devastante rumore.
Contemporaneamente rivedemmo i primi bombardieri che tornavano alla spicciolata in direzione delle piste di atterraggio algerine (erano state concesse agli USA dopo l'esito infausto in Africa sia per noi che per i tedeschi della battaglia di El Alamein, di cui solo in seguito apprendemmo il vero tenore della disfatta).
Li ricontammo, quegli aerei. Erano non meno di trecento. Ci fu addirittura chi arrivò a contarne quasi cinquecento. La città non c'era più e con essa le nostre case, le nostre cose, le nostre memorie. C'era chi alzava il pugno contro di loro, ma solo perché erano lontani... maledetti!

Abbassai lo sguardo costernata in cerca dei miei. Ma il mio sguardo incontrò, come per magia, quello di ... nonno Terno!
A partire da questo momento, nonostante che quanto vi ho appena raccontato sia di indubbia e provata oggettività (parliamo dell’ultimo terribile bombardamento su Palermo) e nonostante che i miei ricordi combacino con quelli di oltre un centinaio di persone, genitori e Vittorio compresi, devo dire che quel che segue è stato da me sempre vissuto come un sogno, avvolto com’è dai rischi corsi, dal terrore patito e dall’abilità mostrata da Nonno Terno.

Nel sogno dunque mi sorrideva ed avvicinatosi mi chiedeva perché non  fossi con i miei, che aveva visti, disse, non visto, poco prima.
- Li stavo proprio andando  a cercare - affermai, salutandolo, e aggiunsi decisa:
- Poichè, signore, li avete visti ed avete anche voi la bicicletta, conducetemi da loro, per favore. -
- Ne sarò ben lieto - cantilenò lui, cogliendo il mio imbarazzo. - Vi farò strada verso di loro. –
Ed in effetti era vero: erano proprio lì accanto a noi, fratello compreso.

- Non fuggite, cugino, desidererei che li incontraste perché ... –
Ma lui appariva intento a far ben altro. Aveva teso l'orecchio e non badava più a me. Poi alzò lo sguardo verso il cielo, per me ormai vuoto, e subito lo abbassò verso di me, sibilandomi:
- Signorina, lasci la bicicletta qui e, come me, corra verso i suoi genitori. Mi guardi. Vada con loro verso la montagna. Quando sarà vicino vedrete l'ingresso di una grotta: entrateci. Li porti lì subito senza spiegazioni. Io adesso urlerò a tutti la stessa cosa. Ci stanno attaccando. Adessoooooo! –

Il piglio deciso non ammetteva esitazioni. Scappai via verso i miei ed afferratili letteralmente corremmo insieme verso la montagna.

Dietro di noi il putiferio. Nonno Terno urlava quanto aveva detto a me. La gente era incredula e pochi si muovevano. Allora nonno Terno tirò fuori una pistola ed urlò ancora più forte:
- Tutti alla grotta! Stanno scendendo a mitragliarci! Correte! - e per dare più peso all sue parole iniziò a sparare colpi di pistola verso il cielo. La gente finalmente iniziò a scappare verso la montagna seguendo i filari di alberi, ma nonno Terno era già davanti a loro.

La grotta non era vicina, ma era l'unico rifugio esistente in quella piana. Non tutti furono svelti, ma i più lenti furono i più fortunati perché il primo caccia - che apparve proprio da sopra la montagna in un frastuono di motori - era troppo veloce e, pur passando proprio sopra le teste di coloro che ancora correvano verso il rifugio, era troppo alto ed il suo pilota vide la piccola folla solo all'ultimo minuto e non ebbe possibilità di fare fuoco.

Anche il secondo passò senza tirare un colpo, come se il loro obbiettivo fosse altrove, ma non era così. Prima l'uno, poi l'altro virarono a folle velocità per tornare indietro. Ma era troppo tardi perché a quel punto tutti coloro che solo due minuti prima si trovavano nello spiazzale della tenuta, avevano trovato rifugio nella Grotta di Malo Pertuso, la cui entrata, per altro, era piccola e bel dissimulata dalle prime rocce della base di Monte Catumbolo. In effetti la grotta era difficile da riconoscere per una persona che giungesse a piedi, figurarsi per un caccia a tutta velocità, il cui pilota sconosceva totalmente la zona.

Eppure entrambi i caccia mitragliarono la montagna a più non posso per poi cabrare disperatamente per non impattare sulla roccia. E, quando infine tutti stavamo per uscire dal piccolo rifugio, grati a nonno Terno, questi si prodigò affinché nessuno mettesse il naso fuori.

Ed infatti, di lì a poco ecco il terribile rombo dei due motori del xxxxxxxxxxxxx ed il tipico sibilo originato dall'attraversamento dell'aria a forte velocità della massa dell'apparecchio, seguiti dal crepitio delle mitragliatrici di bordo. Sentimmo chiaramente i pezzi della montagna franare e rotolar giù. Stessa cosa successe con il secondo xxxxxxxxxxxxx. Probabilmente i vigliacchi speravamo che le rocce franate ci precludessero poi la via d'uscita. I miserabili!

Aspettammo ancora una decina di minuti, per sicurezza, poi traboccammo fuori, cercando di non cadere inciampando nei grossi frammenti staccatisi dal fianco di monte Catumbolo a causa dei proiettili.

Ci contammo per vedere se mancasse qualche familiare appartenente ai diversi nuclei presenti. C'erano  tutti ed erano oltre cento persone che ... portarono i trionfo nonno Terno.

Più tardi, a casa dei conti Valdina, che subito aprirono a tutti le porte della loro bella magione rimasta intatta, nonno Terno, nel silenzio degli astanti raccolti nel salone, postosi accanto a me, mia madre, mio padre e mio fratello Vittorio che lo stava a sentire ammirato, fece intendere che lui aveva sentito, in mezzo al rumore costante dei motori dei bombardieri, quello diverso dei caccia che, all'improvviso variava perché questi ultimi stavano per gettarsi in picchiata su di noi. Ed a quel punto c'era poco da chiedersi. Come ultimamente avvenuto durante i bombardamenti di altre città o di obiettivi strategici, i caccia, se presenti, scendevano a mitragliare. Di solito ultimamente se la prendevano con civili inermi.

Una "bella novità" che aveva letto su di un giornale, che si era tenuta a mente per il futuro e che in questa occasione aveva utilizzato.
- Tutto qui - aggiunse compiaciuto rivolgendosi agli astanti - e ne sono fiero. D'altronde - aggiunse ancora - non è la prima occasione che mi capita ... -

Stava evidentemente per iniziare una delle sue “storie” delle quali si vociferava già in paese, quando venne interrotto dal padrone di casa, il conte, che non poté fare a meno di aggiungere:
- Fate bene ad esserne fiero, ma non è il caso di fare il modesto dopo aver salvato un centinaio di vite umane! D'altronde il  vostro merito non è stato solo quello di ricordare la notizia letta - che tanti altri certamente avranno letto e ricorderanno pure - ma avervi unito l'attenzione nel caso concreto e la prontezza e decisione nella reazione, ciò che ha permesso di salvare un centinaio di persone componenti diverse famiglie, ossia tutti noi assolutamente incolpevoli nei confronti della RAF, se non di essersi fatti notare dal cielo come gruppetto facile da colpire al fine di terrorizzare l'intera popolazione e spingerla a ribellarsi al regime fascista.
Vedo che anche voi siete con la vostra famiglia... ma non sapevo apparteneste alla famiglia dell'ingegnere Sole. –
- Per parte di mia zia Carmelina, la moglie dell'ingegnere - fece pronto nonno Terno, anticipando così l'intervento di mio padre che, a quel punto, non disse nulla né fece nulla per smentirlo. Mia madre non fece una piega e ... per di più sorrise alle sue parole!

domenica 24 marzo 2013

Vi interessa un altro po' dell'ultimo?

Bene, lo aggiungerò, però a patto che prima, chi li ha letti mi esprima il suo commento.
Dopo di che aggiungerò il seguito. Vi ringrazio dell'interesse.

Vi aggiungo anche questo incipit, però non fateci l'abitudine...


Riempirti la vita è il compito più difficile che ti assegni da te, a cominciare dal momento in cui la cosiddetta ragione ti illumina fino all’ultimo attimo prima della fine, quando intuisci che proprio la tua esistenza sta per terminare, ed allora anche tutto ciò che hai fatto per darle un significato, ora di senso non ne ha più.
Così te ne rimani lì come una cretina ad aspettare … o che venga quell’ultimo attimo o che tu ti sia sbagliata e che .. il mutuo che hai appena rinegoziato in banca, ancora nel fiore delle sue rate, tutte da pagare, sia rimasto lì ad aspettarti pazientemente per altri lunghi anni di ammortamento da vivere insieme!

Quest’ultimo momento è uno di quelli che molti descrivono come quello “della grande luce bianca” in cui di solito tu ti elevi sino a raggiungere il soffitto della stanza, fino al punto di sbatterci la testa (sei ancora viva e dunque ti fai un male boia).
A volte puoi perdere anche i sensi ed in questo caso il protocollo vuole che si spenga quella grande luce bianca e se ne accendano tante di mille diversi colori sfavillanti. Il momento viene descritto più prosaicamente come “vedere le stelle” e spesso il malcapitato/a, oggetto di questi fenomeni, ripiomba dal soffitto al pavimento con effetti devastanti (tra i quali quello – ed è il più grave – di non poterlo più raccontare).

Se invece non perdi i sensi o non cadi, puoi assistere – come minimo - alla gustosa scenetta dei tuoi familiari, i quali fino ad un attimo prima ti avevano per moribonda, che adesso si guardano in giro smarriti perché non ti vedono più. Se poi sei quella che sbatte la testa, perde i sensi e precipita dal soffitto al pavimento, lo smarrimento dei presenti si trasforma in orrore perché solitamente la visione del tuo corpo spiaccicato a terra non è un bel vedere. Se non eri già in Ospedale per qualche motivo scatenante, come minimo ti ci ritrovi subito ricoverata, parenti al seguito!

Ma tutto ciò, che sta a significare la fatuità dell’esistenza umana, non è al momento di interesse del protagonista della nostra storia, il quale ha fatto del riempirsi la sua esistenza, lo scopo, l’ossessione della sua vita.
Ciò non voleva dire affatto che per lui la propria vita fosse vuota e priva di significato (anche se in effetti …), ma che egli aveva da tempo deciso che quella (la vita) dovesse essere guidata dalla sua mano attenta, esperta ed anziana. E quando la sua mano non bastava a guidarla, o peggio, lo induceva in errore, ecco allora che la descrizione stessa di quella (la vita), che egli ne faceva ad altri, assumeva i contorni della leggenda ed inanellava episodi fantastici del suo turbolento passato.

Osservando il personaggio nel corso dei tanti anni in cui vivemmo a contatto, ebbi modo di comprendere che non erano questi incredibili racconti a riempirgli e connotargli l’esistenza: era invece l’attenzione nei suoi confronti che ne derivava da chi lo ascoltava, ed in particolare da parte nostra, che lo soddisfaceva e gli riempiva il cuore sino a conferire un concreto significato al suo stare lì con noi, poiché per lui quest’ultima situazione era la sua vera vita.

Sto parlando proprio di lui, di nonno Terno.
Ho qualche difficoltà a chiamarlo così, ma alla fine tutti così lo chiamavano e mi sono adeguata.
Io si che oggi posso definirmi nonna perché ho due bei nipotini, una femmina ed un maschio, figli di uno dei miei figli, Giuliano, perché l’altro, Davide, finora non ne ha avuti.
Ma i nipoti di nonno Terno, nella realtà, chi erano? Certo, tutti – da una certa data in poi - ritenevano che io fossi una delle sue nipoti, assieme a mio fratello Vittorio, ma la realtà noi, in famiglia, sapevamo non esser questa.
Lui era riuscito pian piano a farci accettare, non solo la sua inizialmente incostante presenza, ma anche la sua visione della realtà in cui il personaggio nonno Terno apparteneva alla nostra famiglia, era uno dei nostri familiari.
Perché ho questa difficoltà ad accettare nonno Terno come un nonno tradizionale? Sicuramente perché so perfettamente sia chi furono i miei quattro nonni, sia che nessuno dei miei genitori si fosse mai risposato. E allora? Beh, finite questa storia e lo capirete. Comunque, a nonno Terno, almeno da quando è comparso nella nostra vita, che in quel periodo si svolgeva a Villabate, piccolo borgo agricolo alle porte di Palermo, non può volersi altro che bene. Ed anche questo lo capirete continuando a leggere …

Nonno Terno comparve la prima volta nell’anno 1943, durante uno dei primi bombardamenti degli americani.
Mi spiego meglio: a seguito dell’entrata degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, già da tempo avevamo deciso, visti i risultati devastanti dei ripetuti bombardamenti inglesi sul centro città, dove abitavamo, di andarcene ed avevamo scelto il paese di Villabate come luogo per sfollare in quanto era probabilmente il paese più vicino a Palermo che non fosse o apparisse dall’alto (ritenevamo) già un tutt’uno con la città.
Nel gennaio del 1943, anno in cui inizia questa storia, io ero iscritta alla facoltà di Lettere dell'Università di Palermo ed ero proprio all'ultimo anno.
Ero molto studiosa, amata e stimata dai professori, invidiata dai colleghi di corso e fu proprio per questi motivi che ero riuscita a convincere i miei a scegliere questo paesino che per certi versi era pure lui un po’ in pericolo, come si dimostrerà in seguito quando, occasionalmente, giunti per bombardare Palermo, gli aerei americani decideranno di mitragliare qualcuno passando giusto sopra Villabate.
Ciononostante, poiché usando semplicemente la mia adorata bicicletta, potevo raggiungere facilmente la mia facoltà, che all'epoca si trovava nell’attuale centro storico di Palermo, vicino al palazzo del Comune, la scelta di risiedere a Villabate per me era la sola alternativa al rimanere in città. Così allora mi faceva dire il mio indomito cuore di giovane studentessa e di Giovane Fascista (convinta) .

Quando, gli Stati Uniti, alla fine del 1942, scesero in campo, scoprimmo che questi, a differenza degli inglesi, che erano, per motivi logistici, notturni, preferivano bombardarci di giorno.
Così quella volta - era il 7 gennaio del 1943 - che ero andata presso la Segreteria della Facoltà, non appena udii le sirene, dovetti, insieme ai miei colleghi, gli impiegati ed i professori, scappare di corsa fino al rifugio antiaereo più vicino.
Questo si trovava proprio sotto la scalinata di piazza Pretoria, la piazza del Municipio.
Fu proprio lì, nell’attesa e nella penombra di queste mura, schiacciata dalla folla ora silenziosa, ora implorante, ora indispettita, che intravidi la prima volta colui che avremmo tutti in seguito chiamato nonno Terno.
Lo notai principalmente perché era lui che si ostinava da un po’ di tempo a fissarmi, atteggiamento che per me era più che altro una sfida e non aveva altre connotazioni: all'epoca ero molto decisa e così lo guardai spavaldamente fino a quando lui non ebbe abbassato lo sguardo.
Una popolana seduta accanto a me aveva notato anche lei le attenzioni di colui che, senza insegne, ma vestito da militare, come tale poteva essere scambiato. La donna sembrava stesse per dirgli qualcosa, ma quando vide il mio sguardo di sfida gettato verso di lui, alzò gli occhi al cielo e si lanciò in una giaculatoria!

Dovete sapere che all'epoca, nonostante fossi piccolina, ero quella che poteva definirsi una graziosa morettina e non mi mancavano certamente i complimenti da parte degli uomini sia sotto forma di sguardi che di parole più o meno gradevoli di apprezzamento, destino di tutte le donne o giù di lì.
Anche dopo aver abbassato lo sguardo notai che di sottecchi lui mi osservava comunque. Ora sembrava che lui quasi volesse dirmi qualcosa, ma era lontano e si tratteneva. Nel mentre l'osservai anch'io: indossava un cappottone che sembrava militare e che lo faceva sembrare più grosso di quello che in realtà lui dovesse essere; non era molto alto, non aveva già da allora molti capelli ed era piuttosto magro, condizione quest'ultima e ci accomunava tutti in quegli anni di ristrettezze.
Quando uscimmo alla luce del giorno lo persi di vista ed in pochi attimi mi dimenticai di quell'incontro.

Continuavo ad andare, tutte le volte che avevo lezione all’Università, da Villabate a Palermo e ritorno con la mia fedele bicicletta Bianchi modello D (di colore nero) del 1940, regalatami dai miei al compimento dei fatidici diciottanni, ed ero molto fiera di questo mio gesto di libertà, mi sembrava quasi una sfida alla guerra. La bicicletta è libertà, anche se la usi per lavoro o per studio. Io, che ero stata una giovane figlia della Lupa ed ora facevo parte delle Giovani Fasciste, la guerra la vedevo solo come un fastidio da affrontare quotidianamente, ma che presto sarebbe passato, per regalare a tutti noi un radioso destino (fascista).

Anche le migliori biciclette, come si sa, ogni tanto bucano e così una mattina mi ritrovai a dover prendere il trenino a scartamento ridotto che, partendo da Corleone passava per Villabate, per fare capolinea poi a Palermo, al deposito locomotive di Sant’Erasmo, dunque lato mare, ben oltre Villa Giulia.
Come capirà qualunque palermitano, il capolinea del treno era abbastanza distante dalla mia facoltà e così mi toccò fare pure un sacco di strada a piedi per raggiungere il centro di Palermo.

Ora, sentite cosa mi capita:

Seguito del terzo incipit (solo un pochino, però).

Non era, l’Ufficio Scannerizzazione (o meglio il Support Capture Analogic Dates to Reverse into Digital Archives Online), certamente un “gioioso opificio di sapienza” perchè l’architettura dei locali ove esso era disposto non poteva neanche minimamente paragonarsi a quella armonica dello “scriptorium” dell’Abbazia descritto nel famoso romanzo di Umberto Eco, e neanche la luminosità, l’integrità e la proporzione (tre caratteristiche che concorrono per quell’autore a definire il bello), ma tale esso apparve in quell’ora meridiana, ossia pomeridiana, alla mente, al momento decisamente sconvolta da tutte quelle novità, della nostra protagonista. Nancy però, qualche secondo dopo la visione, dovette ricredersi ed eliminare subito l’aggettivo “gioioso” di cui sopra per sostituirlo con uno o più tra questi: triste, tetro, sconvolgente, ossessivo, da finale di partita. Gli altri due termini “opificio” e “ sapienza” per un po’ continuò a riconoscerli come applicabili, seppure con le evidenti differenze dovute principalmente al contenuto dei dati trattati ed allo scopo dell’”opus”, ossia dell’attività. Dunque un “triste opificio di sapienza”, si disse, dispiacendosi che la definizione – a lei che aveva il pallino della letteratura straniera ed in particolare di quella italiana - non consentisse la soddisfazione della completezza della citazione letteraria (e di Eco, poi…). - Come vede, signora Pendrive – disse Flegiàs, accorgendosi solo in quel momento che nel cognome di Nancy c’era un che d’informatico, - qui lavorano sodo per raggiungere il risultato che l’avvocato Woodrow Senior si è prefissato. Avrà notato certo che questi suoi, diciamo così, colleghi hanno un’età un po’ avanzata, ma sa, l’Avvocato ha preferito risparmiare qualcosina, data la durata dell’operazione, sa: oltre un milione di faldoni, molti dei quali sconosciuti agli attuali discendenti dal vecchio avvocato Sir William George Ancilot Woodrow, fondatore dello Studio intorno la fine dell’ottocento. Ha così deciso di farsi collaborare dai numerosi dipendenti già andati in pensione, fidati e, per quanto possibile, precisi, conoscitori sin da una certa data anche di pratiche a Lui sconosciute, perché archiviate prima che Lui cominciasse ad esercitare… - Nel proferire tutte queste parole, fatto inconsueto per il nostro anfitrione, aveva già cominciato ad innervosirsi e stava per prendersela con qualcuno dei vecchietti più vicini, quando Nancy gli rese la cosa più facile domandandogli allora perché lei fosse qua. - Io ho trentottanni! – affermò compiaciuta e speranzosa. - Signora Pendrive!!! – tuonò Flegiàs – questi qui hanno fatto quanto potevano con le forze che avevano e continuano con quelle (poche per la verità) di cui ancora dispongono ma – sogghignò – qualcuno dovrà pure reperire gli incartamenti più lontani, no? Ed anche se i costi salgono, ci vuole gente giovane per certe speciali attività… - Mentre parlavano si spostavano in direzione della porta d’ingresso accanto alla quale campeggiava il nome dell’ufficio (che non sto a ripetervi) e Nancy ebbe così modo di sbirciare attraverso le grandi vetrate da una diversa prospettiva. Da lì si avvide che diverse file di vecchietti, particolarmente impolverati e chini su se stessi, provenienti da diversi punti in fondo allo stanzone, in ciascuno dei quali si intravedeva un’apertura da cui non promanava luce alcuna, si dirigevano verso le postazioni in cui si trovavano gli scanner. Alcuni tra questi malridotti (chiamiamoli così) collaboratori erano palesemente stanchi, traballanti sotto il peso degli incartamenti, altri invece in altra fila erano a mani vuote, ma ancora più chini, occhi bassi, schiena curva, sguardo perso nel vuoto. Mentre i primi si dirigevano, in file ordinate, verso le diverse (quaranta, anche se non tutte operative) postazioni degli scanner al centro della sala, i secondi, dopo essere sfilati marginalmente davanti un severo impiegato, quasi a confermare l’inutilità del loro apporto lavorativo, ricevuto da questi un nuovo ordine di ricerca, scomparivano poi attraverso diverse porte d’uscita poste sempre in fondo alla sala all’altro angolo rispetto a quello da cui erano rientrati. Nancy, con un sospiro, modificò ancora la prima impressione avuta: non era più un opificio di scienza (e tantomeno gioioso): le appariva più come un incrocio tra un formicaio ed un girone di dannati di dantesca memoria. Se così vogliamo ritenerlo anche noi attraverso gli occhi di Nancy, non ci è dato sapere di quali peccati si potessero essere macchiate le cariatidi lì riunite, ma se si volesse teorizzare la loro colpa deducendola da un’ipotetica pena del contrappasso che lì stavano scontando, non si riesce a trovare loro adeguata posizione all’interno dell’opera dantesca. Si può supporre (e lo prova il fatto che essi fossero ancora al servizio del vecchio padrone) che nel corso della loro vita lavorativa, avessero ecceduto nel prestare la propria opera, il proprio assenso, la propria mente, in buona sostanza se stessi “in toto” al proprio datore di lavoro, disinteressandosi così della vita al di fuori dell’ufficio, senza instaurare alcun rapporto umano che non avesse una qualche attinenza con la propria posizione di dipendenza e di subalternità a costui.