martedì 26 marzo 2013

un'altro pezzetto di nonno Terno


Ora, sentite cosa mi capita:
il pomeriggio di quel giorno, terminate le lezioni, avrei dovuto portare il libro di testo di una materia per la quale avevo già sostenuto l'esame (prendendomi pure un bel 30), ad una mia amica come me iscritta alla Facoltà di Lettere.
Era ancora quasi ora di pranzo quando arrivai in via dei Cinturinai al numero civico che sapevo essere quello dove abitava la mia amica Diletta.
Era ancora inverno e faceva freddo come fa freddo a Palermo in inverno: un freddo umido ed insopportabile, poco gradito anche alla gente del nord.
Per strada non c'era nessuno, un po’ per il freddo, un po’ per l’ora ed un po’ anche perché, come noi, parecchi degli abitanti dal centro erano sfollati nei paesi limitrofi. Il portone era aperto e così entrai senza pensare di dover suonare al campanello esterno.
All’interno dell’atrio del palazzo (che un tempo era stato interamente abitato dalla nobiltà palermitana che poi, per necessità, era stata costretta in parte a vendere) c'era un altarino, un'edicola votiva verso la quale mi giravo sempre, ogni volta che venivo a trovare Diletta, facendomi il segno della croce ed a volte anche rivolgendo qualche preghiera alla Madonnina che dentro v’era raffigurata, cosa che feci anche stavolta.
Oltre a essere molto brava a scuola ero anche una ragazzina beneducata, votata allo studio, alla ginnastica, devota a Gesù e ai dettami di quell'altra nuova religione che, dagli anni ’20, imperava in Italia, il fascismo. In fondo ero nata solo un anno prima della marcia su Roma!
La ginnastica era la mia ossessione, ma di recente ero diventata un'appassionata di tiro con la pistola. I miei mi avevano comprato, dopo tante (ma in fondo non molte) preghiere, una Beretta canna lunga calibro 22 di cui mi ero selvaggiamente innamorata al punto da dormirci assieme la notte, la testa poggiata sul cuscino sotto cui celavo l'oggetto della mia passione.
La pistola poteva uscire da casa mia solo in occasione di manifestazioni o di esercitazioni di tirassegno, con la necessaria autorizzazione della Questura, ma questa volta, poiché secondo me andare in treno poteva essere fonte di incontri pericolosi, me l’ero portata dietro all'insaputa dei miei genitori.

Il portone si chiuse di colpo distogliendomi dalle mie preghiere e facendomi sobbalzare per lo spavento. Dalla penombra dell'androne si materializzò una figura intabarrata in un cappottone che in un attimo riconobbi, prima ancora che mi sibilasse qualcosa che non afferrai. Prima che mi si avvicinasse ancora di più, con la velocità dovuta alla gioia di poterla usare per difesa, avevo estratto dalla borsa dei libri semiaperta un’inquietante Beretta calibro 22, che ad un occhio inesperto poteva sembrare la ben più famosa Mauser tedesca e l’uomo si bloccò.
- Sono il palo… - biascicò
- Io ti conosco – affermai trionfante, pistola sempre in pugno. – Ti ho incontrato al rifugio, che mi fissavi. Perché? – chiesi, ingenua.
Lui, con quella velocità mentale, che in seguito imparai a conoscere ed apprezzare, colse al volo la mia indecisione e, con tono quasi urtato, esplose:
- Sono il palo … il palo …, il palombaro della Regia Marina Matteo Pagano… in licenza di convalescenza – aggiunse frettolosamente – per servirvi, signorina! Però mettete giù quella Mauser – pregò – potremmo farci male. Che ci fa una bella morettina come voi, così giovane, con quel giocattolo? – aggiunse, completando il suo profilo.
- Serve per difendermi in caso di brutte sorprese … e, vi avverto: sono campionessa junior di tiro a segno 1942 ai Giochi della Lupa che si tennero a Catania: ho una mira infallibile, volete vedere? - aggiunsi ironica.
- No grazie, non ce n’è bisogno. Ma vi ripeto: sono un marinaio della Regia Marina, specializzato palombaro: salvataggi e sminamenti. Lavori difficili e pericolosi. E siamo in pochi. Non vorreste uccidere un raro uomo di mare? – chiese, retorico.
Non ci pensavo nemmeno ed allora chiesi, brusca: - Che ci fate qui? – 
- Il giorno che … ci siamo visti era il 7 di gennaio, vero? Ebbene, sono vivo per miracolo! Lo sapete che successe quel giorno? Gli americani bombardarono il porto. Al molo del cantiere c’era il cacciatorpediniere della classe Soldati: il Bersagliere.
Era lì perché gli stavano montando il …, non lo potrei dire perché è segreto militare, ma ormai …, gli stavano mettendo l’ecogoniometro, ma adesso … Io ero in libera uscita e mi son salvato per un puro caso. Il mio Bersagliere! – e fece come per piangere.
- Mi spiace, l’ho sentito dire, ma non sapevo che voi foste un marinaio dell'equipaggio, anzi un palombaro! – E aggiunsi, fredda: - E come siete qui? -

- Ero venuto, per conto … ehm … del mio comandante, a trovare i conti Naselli, ma al campanello esterno …, uhm – si interruppe alzando gli occhi al cielo e tendendo l’orecchio per sentire lontani rumori – non mi rispondevano e così sono entrato ed ho richiuso il portone. Ora, anzi, salgo un attimo da loro per vedere perché non ci sono, cioè, per vedere perché non rispondono e … - aggiunse.
- Cielo – l’interruppi io – mi parte il trenino fra poco e devo scappare. Potreste salire da loro questo libro? E’ per la figlia, Diletta, che è una mia compagna di studi.. –
- Certo che si, signorina – confermò lui, lieto che io avessi rinfoderato l’arma. – Salgo – mormorò – vediamo che stanno combinando. –
- Ma chi, i conti? – chiesi, sorpresa dalla poco rispettosa intenzione.
- Si, cioè perché non rispondono – taglio corto lui, ormai padrone della scena.
Gli porsi il libro e dopo  un attimo non lo vidi più (almeno per quella sera …).

La sera stessa, a casa, raccontando emozionata ai miei l’avventura occorsami, dovetti anche confessare della pistola e sorbirmi da mamma Carmelina la paternale di rito a proposito del fatto che avessi portato la Beretta con me a Palermo.
Da mio padre furono colte un paio di stranezze negli accadimenti, anzi, per meglio dire, nella parole del palombaro Matteo Pagano.

- Pensa, papà, l’ha scambiata per una Mauser! – esclamai.
- Strano, bambina mia, – affermò mio padre, ormai per nulla seccato o preoccupato (come almeno dava a parere) del mio racconto. Era questo che mi piaceva di lui … - strano, perché proprio la pistola Mauser, tedesca, è in uso alla Regia Marina dal 1896 e un marinaio (della Regia Marina) dovrebbe distinguerla da una Beretta da tiro, ma a volte la paura può fare brutti scherzi – concluse papà.
- Scusa papà, ma l’altra stranezza? – chiesi.
- Mah, niente: vorrei sapere se i cacciatorpedinieri imbarcano palombari, anzi se il Bersagliere, al molo per lavori, aveva palombari con sé, anzi se c’era imbarcato il marinaio Matteo Pagano. Parlerò, appena lo vedo, con il Comandante del Porto che è amico dello zio Gaetano, quello della Regia Guardia di Finanza. –

Mio padre, cinquantenne ingegnere minerario, non aveva mai interamente digerito quello che in Italia, solo in seguito, chiameremo regime fascista. E non esercitava la professione, si limitava a fornire consulenze spesso a firma altrui, in particolare di un suo collega (e forse anche amico, seppure interessato), che l’aiutava in cambio di una piccola quota dell’intera parcella che gli pagavano.
Eppure, nonostante le discriminazioni, tollerava il mio entusiasmo per le manifestazioni del fascismo. Gli volevo bene anche per questo!
La cosa strana fu che mia madre, che di cognome faceva Pagano, non intervenne più nella nostra conversazione. Era una donna molto riservata ma io sapevo che si sarebbe interessata alla questione anche successivamente perché ricordavo, come probabilmente mio padre, che un Matteo Pagano era un nostro parente di cui non si avevano da tempo più notizie.
Il cognome Pagano era comunque comune nella zona orientale della Sicilia ed in effetti mia madre proveniva proprio da lì. Molti dei suoi parenti io li conoscevo bene ma non tutti perché erano tanti e stavano appunto dall'altro lato dell'isola.
La sera mia madre e mio padre parlottarono a lungo prima di addormentarsi. Io li sentivo. Capii che avrebbero richiesto ai genitori di Matteo, il cui padre era fratello grande di mamma e dunque mio zio, una foto, la più recente, di Matteo, mio cugino per poi sottopormela.
Dunque conclusi, dalle sponde del mio lettino, … avevo puntato con la pistola mio cugino? Ero sconvolta. No, decisi, non poteva essere mio cugino, per come mi parlava … e allora perché mi fissò così intensamente la prima volta? Niente, conclusi in fretta: non avevamo nulla in comune.

Era la prima volta, forse, che - pur sforzandomi - non capivo.
Ancora non mi ero accorta che la vita, che fin’adesso mi ero vista scorrere intorno a mia misura, perfettamente liscia ed oleata, come imbrigliata in un condotto senza ostacoli né improvvisi cambi di traiettoria, stavolta, nell’incontrare l’ostacolo dei miei primi dubbi, posti come pietre nel letto di un torrente, reagisse sollevandosi e spruzzandomi un po’.
Ma io, come mia abitudine e come diverrà il mio consueto modo di vivere, non mi sarei sporcata o bagnata affatto. In fin di conti ero una Giovane Fascista, campionessa junior di tiro a segno del 1942!

Non pensavamo più, almeno in apparenza, a nonno Terno e d'altronde io stavo lavorando alla tesi che avrei discusso tra qualche settimana, mentre la guerra con le sue vicissitudini terribili, che giungevano smorzate al Paese ed i bombardamenti alleati che pareva si ostinassero sulla città, ci avevano rapito cuore e mente.
Era come se, almeno io, rinviassimo i pensieri a data da destinarsi, forse per non sporcarli con gli orrori della guerra, forse perché, pensavo, in un periodo così pesante, opprimente, non potevano nascere pensieri puri, assoluti, ma sempre viziati, marchiati da questa oppressione, alterati da questa pesantezza, come alterati eravamo pure noi, in fondo.
Ci sentivamo come sospesi in un limbo, intenti più che altro ad aspettare che tutto finisse e, se rimasti vivi, ricominciare a vivere come una volta.

Intanto le mie idee sul regime cominciavano a maturare perché, da mille piccoli particolari, mi accorgevo che molte delle cose poste a fondamento dal regime, i cosiddetti valori in cui credevo, non esistevano o non erano importanti o utili come il regime li descriveva.
Certo, prima di ridursi come Palermo si stava riducendo, a forza di bombe, la città doveva al Duce un certo, seppur drastico, rinnovamento architettonico e strutturale, ma non era questo il punto. Di fronte allo spauracchio della guerra suonavano vuote le parole magniloquenti di cui ci avevano infarcito orecchie e, per molti, anche cervello. Al loro posto iniziavano timidamente a circolare valori come la solidarietà, la fratellanza, il desiderio di riappacificarsi con il mondo intero. Questi dubbi aumentarono quando cominciarono a piovere dal cielo manifestini in italiano che giustificavano i bombardamenti - ma si può? - ed esortavano alla rivolta. Ma questi americani, perché si erano scomodati da tanto lontano per venirci a bombardare?
Ed in effetti lo scollamento tra la popolazione ed il regime era divenuto irreparabile e se ancora una giovane come me, vissuta a pane e ... (scusate, ma dopo tanti anni, non riesco più a pronunciare tutta la frase), poteva ancora rimanere attaccata a certe immagini, chi era più avanti in età ed aveva visto crescere il fascismo, non poteva non ricordare, oggi più di ieri, con quali metodi il regime si fosse fatto avanti ed imposto nel Paese.

Quel giorno (la data resterà tristemente famosa per i palermitani che in qualche modo ne siano stati direttamente o meno a conoscenza) eravamo nella tenuta dei nobili Valdina che si trovava e si trova tuttora tra Solanto e Santa Flavia. Abbastanza vicini a Villabate ma troppo lontani da Palermo (almeno per me che andavo e venivo sempre in bicicletta), tanto è vero che era proprio in quella magnifica tenuta che saremmo dovuti andare da sfollati, come peraltro molta altra gente era andata, ma io ero stata irremovibile: avevo da preparare la tesi di laurea e poi sostenere proprio quell'esame e non potevo rischiare.

La tenuta era molto vasta ed io, in bicicletta, giocavo a perdermi lungo i viali alberati che terminavano nei vasti campi coltivati a loro volta circondati in parte dalla montagna. Dalla parte opposta, in direzione dell'ingresso il mare. Era il 7 maggio mattina, una domenica, ed in realtà la maggioranza della gente era lì per assistere alla Santa Messa nella piccola cappella di famiglia attigua alla grande casa di campagna dei proprietari e nel mentre fare due passi nel verde riposante dei viali o andare più tardi a fare picnic sul limitare alberato di uno dei tanti campi coltivati ad ortaggi e primizie, vanto della proprietà. Sobri e riservati, i conti, non apparivano quasi mai, ma la loro tenuta era solitamente aperta a tutti.
Sentimmo il rumore dei motori degli aerei americani (lì non c'era la sirena) e tutti in silenzio ci voltammo verso il cielo terso sopra di noi.

Già dall'intensità e provenienza del rumore avevamo capito sia che erano tanti sia dove fossero diretti e quando li intravedemmo, avemmo conferma che tutti si dirigevano senza incontrare ostacoli su Palermo. Erano una quantità mai vista e pure scortati da qualche decina di aerei più piccoli (i caccia). Chissà perché, mi chiedevo. Noi non abbiamo più nemmeno uno straccio di contraerea ed i pochi e vecchi nostri caccia di stanza, con qualcuno tedesco, a Boccadifalco ormai con una scusa o un'altra non si levavano più ad intercettare quella macchina di morte e distruzione che erano i bombardieri B 52....

Non ci volle molto e tutti noi, rimasti atterriti, ciascuno esattamente nel punto in cui si trovava, dopo aver scrutato il cielo ed appresa così la sorte della città, cominciammo a sentire i boati cupi e senza fine che segnavano distruzione, morte e perdita di persone e cose care per tutti noi.

La domenica non esisteva più ed anche  la tanto pubblicizzata partita di calcio tra l'agguerrita squadra locale dell'Indomita ed il Palermo (che allora militava in serie B) passò in secondo piano.

Il bombardamento (dal nostro punto di vista, anzi di ascolto) durò almeno un’ora, poi calarono d'intensità i tuoni ed i boati e quegli scuotimenti del terreno che erano diventati quella mattina di primavera un continuo assordante devastante rumore.
Contemporaneamente rivedemmo i primi bombardieri che tornavano alla spicciolata in direzione delle piste di atterraggio algerine (erano state concesse agli USA dopo l'esito infausto in Africa sia per noi che per i tedeschi della battaglia di El Alamein, di cui solo in seguito apprendemmo il vero tenore della disfatta).
Li ricontammo, quegli aerei. Erano non meno di trecento. Ci fu addirittura chi arrivò a contarne quasi cinquecento. La città non c'era più e con essa le nostre case, le nostre cose, le nostre memorie. C'era chi alzava il pugno contro di loro, ma solo perché erano lontani... maledetti!

Abbassai lo sguardo costernata in cerca dei miei. Ma il mio sguardo incontrò, come per magia, quello di ... nonno Terno!
A partire da questo momento, nonostante che quanto vi ho appena raccontato sia di indubbia e provata oggettività (parliamo dell’ultimo terribile bombardamento su Palermo) e nonostante che i miei ricordi combacino con quelli di oltre un centinaio di persone, genitori e Vittorio compresi, devo dire che quel che segue è stato da me sempre vissuto come un sogno, avvolto com’è dai rischi corsi, dal terrore patito e dall’abilità mostrata da Nonno Terno.

Nel sogno dunque mi sorrideva ed avvicinatosi mi chiedeva perché non  fossi con i miei, che aveva visti, disse, non visto, poco prima.
- Li stavo proprio andando  a cercare - affermai, salutandolo, e aggiunsi decisa:
- Poichè, signore, li avete visti ed avete anche voi la bicicletta, conducetemi da loro, per favore. -
- Ne sarò ben lieto - cantilenò lui, cogliendo il mio imbarazzo. - Vi farò strada verso di loro. –
Ed in effetti era vero: erano proprio lì accanto a noi, fratello compreso.

- Non fuggite, cugino, desidererei che li incontraste perché ... –
Ma lui appariva intento a far ben altro. Aveva teso l'orecchio e non badava più a me. Poi alzò lo sguardo verso il cielo, per me ormai vuoto, e subito lo abbassò verso di me, sibilandomi:
- Signorina, lasci la bicicletta qui e, come me, corra verso i suoi genitori. Mi guardi. Vada con loro verso la montagna. Quando sarà vicino vedrete l'ingresso di una grotta: entrateci. Li porti lì subito senza spiegazioni. Io adesso urlerò a tutti la stessa cosa. Ci stanno attaccando. Adessoooooo! –

Il piglio deciso non ammetteva esitazioni. Scappai via verso i miei ed afferratili letteralmente corremmo insieme verso la montagna.

Dietro di noi il putiferio. Nonno Terno urlava quanto aveva detto a me. La gente era incredula e pochi si muovevano. Allora nonno Terno tirò fuori una pistola ed urlò ancora più forte:
- Tutti alla grotta! Stanno scendendo a mitragliarci! Correte! - e per dare più peso all sue parole iniziò a sparare colpi di pistola verso il cielo. La gente finalmente iniziò a scappare verso la montagna seguendo i filari di alberi, ma nonno Terno era già davanti a loro.

La grotta non era vicina, ma era l'unico rifugio esistente in quella piana. Non tutti furono svelti, ma i più lenti furono i più fortunati perché il primo caccia - che apparve proprio da sopra la montagna in un frastuono di motori - era troppo veloce e, pur passando proprio sopra le teste di coloro che ancora correvano verso il rifugio, era troppo alto ed il suo pilota vide la piccola folla solo all'ultimo minuto e non ebbe possibilità di fare fuoco.

Anche il secondo passò senza tirare un colpo, come se il loro obbiettivo fosse altrove, ma non era così. Prima l'uno, poi l'altro virarono a folle velocità per tornare indietro. Ma era troppo tardi perché a quel punto tutti coloro che solo due minuti prima si trovavano nello spiazzale della tenuta, avevano trovato rifugio nella Grotta di Malo Pertuso, la cui entrata, per altro, era piccola e bel dissimulata dalle prime rocce della base di Monte Catumbolo. In effetti la grotta era difficile da riconoscere per una persona che giungesse a piedi, figurarsi per un caccia a tutta velocità, il cui pilota sconosceva totalmente la zona.

Eppure entrambi i caccia mitragliarono la montagna a più non posso per poi cabrare disperatamente per non impattare sulla roccia. E, quando infine tutti stavamo per uscire dal piccolo rifugio, grati a nonno Terno, questi si prodigò affinché nessuno mettesse il naso fuori.

Ed infatti, di lì a poco ecco il terribile rombo dei due motori del xxxxxxxxxxxxx ed il tipico sibilo originato dall'attraversamento dell'aria a forte velocità della massa dell'apparecchio, seguiti dal crepitio delle mitragliatrici di bordo. Sentimmo chiaramente i pezzi della montagna franare e rotolar giù. Stessa cosa successe con il secondo xxxxxxxxxxxxx. Probabilmente i vigliacchi speravamo che le rocce franate ci precludessero poi la via d'uscita. I miserabili!

Aspettammo ancora una decina di minuti, per sicurezza, poi traboccammo fuori, cercando di non cadere inciampando nei grossi frammenti staccatisi dal fianco di monte Catumbolo a causa dei proiettili.

Ci contammo per vedere se mancasse qualche familiare appartenente ai diversi nuclei presenti. C'erano  tutti ed erano oltre cento persone che ... portarono i trionfo nonno Terno.

Più tardi, a casa dei conti Valdina, che subito aprirono a tutti le porte della loro bella magione rimasta intatta, nonno Terno, nel silenzio degli astanti raccolti nel salone, postosi accanto a me, mia madre, mio padre e mio fratello Vittorio che lo stava a sentire ammirato, fece intendere che lui aveva sentito, in mezzo al rumore costante dei motori dei bombardieri, quello diverso dei caccia che, all'improvviso variava perché questi ultimi stavano per gettarsi in picchiata su di noi. Ed a quel punto c'era poco da chiedersi. Come ultimamente avvenuto durante i bombardamenti di altre città o di obiettivi strategici, i caccia, se presenti, scendevano a mitragliare. Di solito ultimamente se la prendevano con civili inermi.

Una "bella novità" che aveva letto su di un giornale, che si era tenuta a mente per il futuro e che in questa occasione aveva utilizzato.
- Tutto qui - aggiunse compiaciuto rivolgendosi agli astanti - e ne sono fiero. D'altronde - aggiunse ancora - non è la prima occasione che mi capita ... -

Stava evidentemente per iniziare una delle sue “storie” delle quali si vociferava già in paese, quando venne interrotto dal padrone di casa, il conte, che non poté fare a meno di aggiungere:
- Fate bene ad esserne fiero, ma non è il caso di fare il modesto dopo aver salvato un centinaio di vite umane! D'altronde il  vostro merito non è stato solo quello di ricordare la notizia letta - che tanti altri certamente avranno letto e ricorderanno pure - ma avervi unito l'attenzione nel caso concreto e la prontezza e decisione nella reazione, ciò che ha permesso di salvare un centinaio di persone componenti diverse famiglie, ossia tutti noi assolutamente incolpevoli nei confronti della RAF, se non di essersi fatti notare dal cielo come gruppetto facile da colpire al fine di terrorizzare l'intera popolazione e spingerla a ribellarsi al regime fascista.
Vedo che anche voi siete con la vostra famiglia... ma non sapevo apparteneste alla famiglia dell'ingegnere Sole. –
- Per parte di mia zia Carmelina, la moglie dell'ingegnere - fece pronto nonno Terno, anticipando così l'intervento di mio padre che, a quel punto, non disse nulla né fece nulla per smentirlo. Mia madre non fece una piega e ... per di più sorrise alle sue parole!

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