domenica 24 marzo 2013

Vi aggiungo anche questo incipit, però non fateci l'abitudine...


Riempirti la vita è il compito più difficile che ti assegni da te, a cominciare dal momento in cui la cosiddetta ragione ti illumina fino all’ultimo attimo prima della fine, quando intuisci che proprio la tua esistenza sta per terminare, ed allora anche tutto ciò che hai fatto per darle un significato, ora di senso non ne ha più.
Così te ne rimani lì come una cretina ad aspettare … o che venga quell’ultimo attimo o che tu ti sia sbagliata e che .. il mutuo che hai appena rinegoziato in banca, ancora nel fiore delle sue rate, tutte da pagare, sia rimasto lì ad aspettarti pazientemente per altri lunghi anni di ammortamento da vivere insieme!

Quest’ultimo momento è uno di quelli che molti descrivono come quello “della grande luce bianca” in cui di solito tu ti elevi sino a raggiungere il soffitto della stanza, fino al punto di sbatterci la testa (sei ancora viva e dunque ti fai un male boia).
A volte puoi perdere anche i sensi ed in questo caso il protocollo vuole che si spenga quella grande luce bianca e se ne accendano tante di mille diversi colori sfavillanti. Il momento viene descritto più prosaicamente come “vedere le stelle” e spesso il malcapitato/a, oggetto di questi fenomeni, ripiomba dal soffitto al pavimento con effetti devastanti (tra i quali quello – ed è il più grave – di non poterlo più raccontare).

Se invece non perdi i sensi o non cadi, puoi assistere – come minimo - alla gustosa scenetta dei tuoi familiari, i quali fino ad un attimo prima ti avevano per moribonda, che adesso si guardano in giro smarriti perché non ti vedono più. Se poi sei quella che sbatte la testa, perde i sensi e precipita dal soffitto al pavimento, lo smarrimento dei presenti si trasforma in orrore perché solitamente la visione del tuo corpo spiaccicato a terra non è un bel vedere. Se non eri già in Ospedale per qualche motivo scatenante, come minimo ti ci ritrovi subito ricoverata, parenti al seguito!

Ma tutto ciò, che sta a significare la fatuità dell’esistenza umana, non è al momento di interesse del protagonista della nostra storia, il quale ha fatto del riempirsi la sua esistenza, lo scopo, l’ossessione della sua vita.
Ciò non voleva dire affatto che per lui la propria vita fosse vuota e priva di significato (anche se in effetti …), ma che egli aveva da tempo deciso che quella (la vita) dovesse essere guidata dalla sua mano attenta, esperta ed anziana. E quando la sua mano non bastava a guidarla, o peggio, lo induceva in errore, ecco allora che la descrizione stessa di quella (la vita), che egli ne faceva ad altri, assumeva i contorni della leggenda ed inanellava episodi fantastici del suo turbolento passato.

Osservando il personaggio nel corso dei tanti anni in cui vivemmo a contatto, ebbi modo di comprendere che non erano questi incredibili racconti a riempirgli e connotargli l’esistenza: era invece l’attenzione nei suoi confronti che ne derivava da chi lo ascoltava, ed in particolare da parte nostra, che lo soddisfaceva e gli riempiva il cuore sino a conferire un concreto significato al suo stare lì con noi, poiché per lui quest’ultima situazione era la sua vera vita.

Sto parlando proprio di lui, di nonno Terno.
Ho qualche difficoltà a chiamarlo così, ma alla fine tutti così lo chiamavano e mi sono adeguata.
Io si che oggi posso definirmi nonna perché ho due bei nipotini, una femmina ed un maschio, figli di uno dei miei figli, Giuliano, perché l’altro, Davide, finora non ne ha avuti.
Ma i nipoti di nonno Terno, nella realtà, chi erano? Certo, tutti – da una certa data in poi - ritenevano che io fossi una delle sue nipoti, assieme a mio fratello Vittorio, ma la realtà noi, in famiglia, sapevamo non esser questa.
Lui era riuscito pian piano a farci accettare, non solo la sua inizialmente incostante presenza, ma anche la sua visione della realtà in cui il personaggio nonno Terno apparteneva alla nostra famiglia, era uno dei nostri familiari.
Perché ho questa difficoltà ad accettare nonno Terno come un nonno tradizionale? Sicuramente perché so perfettamente sia chi furono i miei quattro nonni, sia che nessuno dei miei genitori si fosse mai risposato. E allora? Beh, finite questa storia e lo capirete. Comunque, a nonno Terno, almeno da quando è comparso nella nostra vita, che in quel periodo si svolgeva a Villabate, piccolo borgo agricolo alle porte di Palermo, non può volersi altro che bene. Ed anche questo lo capirete continuando a leggere …

Nonno Terno comparve la prima volta nell’anno 1943, durante uno dei primi bombardamenti degli americani.
Mi spiego meglio: a seguito dell’entrata degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, già da tempo avevamo deciso, visti i risultati devastanti dei ripetuti bombardamenti inglesi sul centro città, dove abitavamo, di andarcene ed avevamo scelto il paese di Villabate come luogo per sfollare in quanto era probabilmente il paese più vicino a Palermo che non fosse o apparisse dall’alto (ritenevamo) già un tutt’uno con la città.
Nel gennaio del 1943, anno in cui inizia questa storia, io ero iscritta alla facoltà di Lettere dell'Università di Palermo ed ero proprio all'ultimo anno.
Ero molto studiosa, amata e stimata dai professori, invidiata dai colleghi di corso e fu proprio per questi motivi che ero riuscita a convincere i miei a scegliere questo paesino che per certi versi era pure lui un po’ in pericolo, come si dimostrerà in seguito quando, occasionalmente, giunti per bombardare Palermo, gli aerei americani decideranno di mitragliare qualcuno passando giusto sopra Villabate.
Ciononostante, poiché usando semplicemente la mia adorata bicicletta, potevo raggiungere facilmente la mia facoltà, che all'epoca si trovava nell’attuale centro storico di Palermo, vicino al palazzo del Comune, la scelta di risiedere a Villabate per me era la sola alternativa al rimanere in città. Così allora mi faceva dire il mio indomito cuore di giovane studentessa e di Giovane Fascista (convinta) .

Quando, gli Stati Uniti, alla fine del 1942, scesero in campo, scoprimmo che questi, a differenza degli inglesi, che erano, per motivi logistici, notturni, preferivano bombardarci di giorno.
Così quella volta - era il 7 gennaio del 1943 - che ero andata presso la Segreteria della Facoltà, non appena udii le sirene, dovetti, insieme ai miei colleghi, gli impiegati ed i professori, scappare di corsa fino al rifugio antiaereo più vicino.
Questo si trovava proprio sotto la scalinata di piazza Pretoria, la piazza del Municipio.
Fu proprio lì, nell’attesa e nella penombra di queste mura, schiacciata dalla folla ora silenziosa, ora implorante, ora indispettita, che intravidi la prima volta colui che avremmo tutti in seguito chiamato nonno Terno.
Lo notai principalmente perché era lui che si ostinava da un po’ di tempo a fissarmi, atteggiamento che per me era più che altro una sfida e non aveva altre connotazioni: all'epoca ero molto decisa e così lo guardai spavaldamente fino a quando lui non ebbe abbassato lo sguardo.
Una popolana seduta accanto a me aveva notato anche lei le attenzioni di colui che, senza insegne, ma vestito da militare, come tale poteva essere scambiato. La donna sembrava stesse per dirgli qualcosa, ma quando vide il mio sguardo di sfida gettato verso di lui, alzò gli occhi al cielo e si lanciò in una giaculatoria!

Dovete sapere che all'epoca, nonostante fossi piccolina, ero quella che poteva definirsi una graziosa morettina e non mi mancavano certamente i complimenti da parte degli uomini sia sotto forma di sguardi che di parole più o meno gradevoli di apprezzamento, destino di tutte le donne o giù di lì.
Anche dopo aver abbassato lo sguardo notai che di sottecchi lui mi osservava comunque. Ora sembrava che lui quasi volesse dirmi qualcosa, ma era lontano e si tratteneva. Nel mentre l'osservai anch'io: indossava un cappottone che sembrava militare e che lo faceva sembrare più grosso di quello che in realtà lui dovesse essere; non era molto alto, non aveva già da allora molti capelli ed era piuttosto magro, condizione quest'ultima e ci accomunava tutti in quegli anni di ristrettezze.
Quando uscimmo alla luce del giorno lo persi di vista ed in pochi attimi mi dimenticai di quell'incontro.

Continuavo ad andare, tutte le volte che avevo lezione all’Università, da Villabate a Palermo e ritorno con la mia fedele bicicletta Bianchi modello D (di colore nero) del 1940, regalatami dai miei al compimento dei fatidici diciottanni, ed ero molto fiera di questo mio gesto di libertà, mi sembrava quasi una sfida alla guerra. La bicicletta è libertà, anche se la usi per lavoro o per studio. Io, che ero stata una giovane figlia della Lupa ed ora facevo parte delle Giovani Fasciste, la guerra la vedevo solo come un fastidio da affrontare quotidianamente, ma che presto sarebbe passato, per regalare a tutti noi un radioso destino (fascista).

Anche le migliori biciclette, come si sa, ogni tanto bucano e così una mattina mi ritrovai a dover prendere il trenino a scartamento ridotto che, partendo da Corleone passava per Villabate, per fare capolinea poi a Palermo, al deposito locomotive di Sant’Erasmo, dunque lato mare, ben oltre Villa Giulia.
Come capirà qualunque palermitano, il capolinea del treno era abbastanza distante dalla mia facoltà e così mi toccò fare pure un sacco di strada a piedi per raggiungere il centro di Palermo.

Ora, sentite cosa mi capita:

1 commento:

  1. dato che ti è piaciuto nonno Terno, ne aggiungo un altro pezzetto.

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