domenica 24 marzo 2013

Seguito del terzo incipit (solo un pochino, però).

Non era, l’Ufficio Scannerizzazione (o meglio il Support Capture Analogic Dates to Reverse into Digital Archives Online), certamente un “gioioso opificio di sapienza” perchè l’architettura dei locali ove esso era disposto non poteva neanche minimamente paragonarsi a quella armonica dello “scriptorium” dell’Abbazia descritto nel famoso romanzo di Umberto Eco, e neanche la luminosità, l’integrità e la proporzione (tre caratteristiche che concorrono per quell’autore a definire il bello), ma tale esso apparve in quell’ora meridiana, ossia pomeridiana, alla mente, al momento decisamente sconvolta da tutte quelle novità, della nostra protagonista. Nancy però, qualche secondo dopo la visione, dovette ricredersi ed eliminare subito l’aggettivo “gioioso” di cui sopra per sostituirlo con uno o più tra questi: triste, tetro, sconvolgente, ossessivo, da finale di partita. Gli altri due termini “opificio” e “ sapienza” per un po’ continuò a riconoscerli come applicabili, seppure con le evidenti differenze dovute principalmente al contenuto dei dati trattati ed allo scopo dell’”opus”, ossia dell’attività. Dunque un “triste opificio di sapienza”, si disse, dispiacendosi che la definizione – a lei che aveva il pallino della letteratura straniera ed in particolare di quella italiana - non consentisse la soddisfazione della completezza della citazione letteraria (e di Eco, poi…). - Come vede, signora Pendrive – disse Flegiàs, accorgendosi solo in quel momento che nel cognome di Nancy c’era un che d’informatico, - qui lavorano sodo per raggiungere il risultato che l’avvocato Woodrow Senior si è prefissato. Avrà notato certo che questi suoi, diciamo così, colleghi hanno un’età un po’ avanzata, ma sa, l’Avvocato ha preferito risparmiare qualcosina, data la durata dell’operazione, sa: oltre un milione di faldoni, molti dei quali sconosciuti agli attuali discendenti dal vecchio avvocato Sir William George Ancilot Woodrow, fondatore dello Studio intorno la fine dell’ottocento. Ha così deciso di farsi collaborare dai numerosi dipendenti già andati in pensione, fidati e, per quanto possibile, precisi, conoscitori sin da una certa data anche di pratiche a Lui sconosciute, perché archiviate prima che Lui cominciasse ad esercitare… - Nel proferire tutte queste parole, fatto inconsueto per il nostro anfitrione, aveva già cominciato ad innervosirsi e stava per prendersela con qualcuno dei vecchietti più vicini, quando Nancy gli rese la cosa più facile domandandogli allora perché lei fosse qua. - Io ho trentottanni! – affermò compiaciuta e speranzosa. - Signora Pendrive!!! – tuonò Flegiàs – questi qui hanno fatto quanto potevano con le forze che avevano e continuano con quelle (poche per la verità) di cui ancora dispongono ma – sogghignò – qualcuno dovrà pure reperire gli incartamenti più lontani, no? Ed anche se i costi salgono, ci vuole gente giovane per certe speciali attività… - Mentre parlavano si spostavano in direzione della porta d’ingresso accanto alla quale campeggiava il nome dell’ufficio (che non sto a ripetervi) e Nancy ebbe così modo di sbirciare attraverso le grandi vetrate da una diversa prospettiva. Da lì si avvide che diverse file di vecchietti, particolarmente impolverati e chini su se stessi, provenienti da diversi punti in fondo allo stanzone, in ciascuno dei quali si intravedeva un’apertura da cui non promanava luce alcuna, si dirigevano verso le postazioni in cui si trovavano gli scanner. Alcuni tra questi malridotti (chiamiamoli così) collaboratori erano palesemente stanchi, traballanti sotto il peso degli incartamenti, altri invece in altra fila erano a mani vuote, ma ancora più chini, occhi bassi, schiena curva, sguardo perso nel vuoto. Mentre i primi si dirigevano, in file ordinate, verso le diverse (quaranta, anche se non tutte operative) postazioni degli scanner al centro della sala, i secondi, dopo essere sfilati marginalmente davanti un severo impiegato, quasi a confermare l’inutilità del loro apporto lavorativo, ricevuto da questi un nuovo ordine di ricerca, scomparivano poi attraverso diverse porte d’uscita poste sempre in fondo alla sala all’altro angolo rispetto a quello da cui erano rientrati. Nancy, con un sospiro, modificò ancora la prima impressione avuta: non era più un opificio di scienza (e tantomeno gioioso): le appariva più come un incrocio tra un formicaio ed un girone di dannati di dantesca memoria. Se così vogliamo ritenerlo anche noi attraverso gli occhi di Nancy, non ci è dato sapere di quali peccati si potessero essere macchiate le cariatidi lì riunite, ma se si volesse teorizzare la loro colpa deducendola da un’ipotetica pena del contrappasso che lì stavano scontando, non si riesce a trovare loro adeguata posizione all’interno dell’opera dantesca. Si può supporre (e lo prova il fatto che essi fossero ancora al servizio del vecchio padrone) che nel corso della loro vita lavorativa, avessero ecceduto nel prestare la propria opera, il proprio assenso, la propria mente, in buona sostanza se stessi “in toto” al proprio datore di lavoro, disinteressandosi così della vita al di fuori dell’ufficio, senza instaurare alcun rapporto umano che non avesse una qualche attinenza con la propria posizione di dipendenza e di subalternità a costui.

Nessun commento:

Posta un commento