martedì 26 marzo 2013

un'altro pezzetto di nonno Terno


Ora, sentite cosa mi capita:
il pomeriggio di quel giorno, terminate le lezioni, avrei dovuto portare il libro di testo di una materia per la quale avevo già sostenuto l'esame (prendendomi pure un bel 30), ad una mia amica come me iscritta alla Facoltà di Lettere.
Era ancora quasi ora di pranzo quando arrivai in via dei Cinturinai al numero civico che sapevo essere quello dove abitava la mia amica Diletta.
Era ancora inverno e faceva freddo come fa freddo a Palermo in inverno: un freddo umido ed insopportabile, poco gradito anche alla gente del nord.
Per strada non c'era nessuno, un po’ per il freddo, un po’ per l’ora ed un po’ anche perché, come noi, parecchi degli abitanti dal centro erano sfollati nei paesi limitrofi. Il portone era aperto e così entrai senza pensare di dover suonare al campanello esterno.
All’interno dell’atrio del palazzo (che un tempo era stato interamente abitato dalla nobiltà palermitana che poi, per necessità, era stata costretta in parte a vendere) c'era un altarino, un'edicola votiva verso la quale mi giravo sempre, ogni volta che venivo a trovare Diletta, facendomi il segno della croce ed a volte anche rivolgendo qualche preghiera alla Madonnina che dentro v’era raffigurata, cosa che feci anche stavolta.
Oltre a essere molto brava a scuola ero anche una ragazzina beneducata, votata allo studio, alla ginnastica, devota a Gesù e ai dettami di quell'altra nuova religione che, dagli anni ’20, imperava in Italia, il fascismo. In fondo ero nata solo un anno prima della marcia su Roma!
La ginnastica era la mia ossessione, ma di recente ero diventata un'appassionata di tiro con la pistola. I miei mi avevano comprato, dopo tante (ma in fondo non molte) preghiere, una Beretta canna lunga calibro 22 di cui mi ero selvaggiamente innamorata al punto da dormirci assieme la notte, la testa poggiata sul cuscino sotto cui celavo l'oggetto della mia passione.
La pistola poteva uscire da casa mia solo in occasione di manifestazioni o di esercitazioni di tirassegno, con la necessaria autorizzazione della Questura, ma questa volta, poiché secondo me andare in treno poteva essere fonte di incontri pericolosi, me l’ero portata dietro all'insaputa dei miei genitori.

Il portone si chiuse di colpo distogliendomi dalle mie preghiere e facendomi sobbalzare per lo spavento. Dalla penombra dell'androne si materializzò una figura intabarrata in un cappottone che in un attimo riconobbi, prima ancora che mi sibilasse qualcosa che non afferrai. Prima che mi si avvicinasse ancora di più, con la velocità dovuta alla gioia di poterla usare per difesa, avevo estratto dalla borsa dei libri semiaperta un’inquietante Beretta calibro 22, che ad un occhio inesperto poteva sembrare la ben più famosa Mauser tedesca e l’uomo si bloccò.
- Sono il palo… - biascicò
- Io ti conosco – affermai trionfante, pistola sempre in pugno. – Ti ho incontrato al rifugio, che mi fissavi. Perché? – chiesi, ingenua.
Lui, con quella velocità mentale, che in seguito imparai a conoscere ed apprezzare, colse al volo la mia indecisione e, con tono quasi urtato, esplose:
- Sono il palo … il palo …, il palombaro della Regia Marina Matteo Pagano… in licenza di convalescenza – aggiunse frettolosamente – per servirvi, signorina! Però mettete giù quella Mauser – pregò – potremmo farci male. Che ci fa una bella morettina come voi, così giovane, con quel giocattolo? – aggiunse, completando il suo profilo.
- Serve per difendermi in caso di brutte sorprese … e, vi avverto: sono campionessa junior di tiro a segno 1942 ai Giochi della Lupa che si tennero a Catania: ho una mira infallibile, volete vedere? - aggiunsi ironica.
- No grazie, non ce n’è bisogno. Ma vi ripeto: sono un marinaio della Regia Marina, specializzato palombaro: salvataggi e sminamenti. Lavori difficili e pericolosi. E siamo in pochi. Non vorreste uccidere un raro uomo di mare? – chiese, retorico.
Non ci pensavo nemmeno ed allora chiesi, brusca: - Che ci fate qui? – 
- Il giorno che … ci siamo visti era il 7 di gennaio, vero? Ebbene, sono vivo per miracolo! Lo sapete che successe quel giorno? Gli americani bombardarono il porto. Al molo del cantiere c’era il cacciatorpediniere della classe Soldati: il Bersagliere.
Era lì perché gli stavano montando il …, non lo potrei dire perché è segreto militare, ma ormai …, gli stavano mettendo l’ecogoniometro, ma adesso … Io ero in libera uscita e mi son salvato per un puro caso. Il mio Bersagliere! – e fece come per piangere.
- Mi spiace, l’ho sentito dire, ma non sapevo che voi foste un marinaio dell'equipaggio, anzi un palombaro! – E aggiunsi, fredda: - E come siete qui? -

- Ero venuto, per conto … ehm … del mio comandante, a trovare i conti Naselli, ma al campanello esterno …, uhm – si interruppe alzando gli occhi al cielo e tendendo l’orecchio per sentire lontani rumori – non mi rispondevano e così sono entrato ed ho richiuso il portone. Ora, anzi, salgo un attimo da loro per vedere perché non ci sono, cioè, per vedere perché non rispondono e … - aggiunse.
- Cielo – l’interruppi io – mi parte il trenino fra poco e devo scappare. Potreste salire da loro questo libro? E’ per la figlia, Diletta, che è una mia compagna di studi.. –
- Certo che si, signorina – confermò lui, lieto che io avessi rinfoderato l’arma. – Salgo – mormorò – vediamo che stanno combinando. –
- Ma chi, i conti? – chiesi, sorpresa dalla poco rispettosa intenzione.
- Si, cioè perché non rispondono – taglio corto lui, ormai padrone della scena.
Gli porsi il libro e dopo  un attimo non lo vidi più (almeno per quella sera …).

La sera stessa, a casa, raccontando emozionata ai miei l’avventura occorsami, dovetti anche confessare della pistola e sorbirmi da mamma Carmelina la paternale di rito a proposito del fatto che avessi portato la Beretta con me a Palermo.
Da mio padre furono colte un paio di stranezze negli accadimenti, anzi, per meglio dire, nella parole del palombaro Matteo Pagano.

- Pensa, papà, l’ha scambiata per una Mauser! – esclamai.
- Strano, bambina mia, – affermò mio padre, ormai per nulla seccato o preoccupato (come almeno dava a parere) del mio racconto. Era questo che mi piaceva di lui … - strano, perché proprio la pistola Mauser, tedesca, è in uso alla Regia Marina dal 1896 e un marinaio (della Regia Marina) dovrebbe distinguerla da una Beretta da tiro, ma a volte la paura può fare brutti scherzi – concluse papà.
- Scusa papà, ma l’altra stranezza? – chiesi.
- Mah, niente: vorrei sapere se i cacciatorpedinieri imbarcano palombari, anzi se il Bersagliere, al molo per lavori, aveva palombari con sé, anzi se c’era imbarcato il marinaio Matteo Pagano. Parlerò, appena lo vedo, con il Comandante del Porto che è amico dello zio Gaetano, quello della Regia Guardia di Finanza. –

Mio padre, cinquantenne ingegnere minerario, non aveva mai interamente digerito quello che in Italia, solo in seguito, chiameremo regime fascista. E non esercitava la professione, si limitava a fornire consulenze spesso a firma altrui, in particolare di un suo collega (e forse anche amico, seppure interessato), che l’aiutava in cambio di una piccola quota dell’intera parcella che gli pagavano.
Eppure, nonostante le discriminazioni, tollerava il mio entusiasmo per le manifestazioni del fascismo. Gli volevo bene anche per questo!
La cosa strana fu che mia madre, che di cognome faceva Pagano, non intervenne più nella nostra conversazione. Era una donna molto riservata ma io sapevo che si sarebbe interessata alla questione anche successivamente perché ricordavo, come probabilmente mio padre, che un Matteo Pagano era un nostro parente di cui non si avevano da tempo più notizie.
Il cognome Pagano era comunque comune nella zona orientale della Sicilia ed in effetti mia madre proveniva proprio da lì. Molti dei suoi parenti io li conoscevo bene ma non tutti perché erano tanti e stavano appunto dall'altro lato dell'isola.
La sera mia madre e mio padre parlottarono a lungo prima di addormentarsi. Io li sentivo. Capii che avrebbero richiesto ai genitori di Matteo, il cui padre era fratello grande di mamma e dunque mio zio, una foto, la più recente, di Matteo, mio cugino per poi sottopormela.
Dunque conclusi, dalle sponde del mio lettino, … avevo puntato con la pistola mio cugino? Ero sconvolta. No, decisi, non poteva essere mio cugino, per come mi parlava … e allora perché mi fissò così intensamente la prima volta? Niente, conclusi in fretta: non avevamo nulla in comune.

Era la prima volta, forse, che - pur sforzandomi - non capivo.
Ancora non mi ero accorta che la vita, che fin’adesso mi ero vista scorrere intorno a mia misura, perfettamente liscia ed oleata, come imbrigliata in un condotto senza ostacoli né improvvisi cambi di traiettoria, stavolta, nell’incontrare l’ostacolo dei miei primi dubbi, posti come pietre nel letto di un torrente, reagisse sollevandosi e spruzzandomi un po’.
Ma io, come mia abitudine e come diverrà il mio consueto modo di vivere, non mi sarei sporcata o bagnata affatto. In fin di conti ero una Giovane Fascista, campionessa junior di tiro a segno del 1942!

Non pensavamo più, almeno in apparenza, a nonno Terno e d'altronde io stavo lavorando alla tesi che avrei discusso tra qualche settimana, mentre la guerra con le sue vicissitudini terribili, che giungevano smorzate al Paese ed i bombardamenti alleati che pareva si ostinassero sulla città, ci avevano rapito cuore e mente.
Era come se, almeno io, rinviassimo i pensieri a data da destinarsi, forse per non sporcarli con gli orrori della guerra, forse perché, pensavo, in un periodo così pesante, opprimente, non potevano nascere pensieri puri, assoluti, ma sempre viziati, marchiati da questa oppressione, alterati da questa pesantezza, come alterati eravamo pure noi, in fondo.
Ci sentivamo come sospesi in un limbo, intenti più che altro ad aspettare che tutto finisse e, se rimasti vivi, ricominciare a vivere come una volta.

Intanto le mie idee sul regime cominciavano a maturare perché, da mille piccoli particolari, mi accorgevo che molte delle cose poste a fondamento dal regime, i cosiddetti valori in cui credevo, non esistevano o non erano importanti o utili come il regime li descriveva.
Certo, prima di ridursi come Palermo si stava riducendo, a forza di bombe, la città doveva al Duce un certo, seppur drastico, rinnovamento architettonico e strutturale, ma non era questo il punto. Di fronte allo spauracchio della guerra suonavano vuote le parole magniloquenti di cui ci avevano infarcito orecchie e, per molti, anche cervello. Al loro posto iniziavano timidamente a circolare valori come la solidarietà, la fratellanza, il desiderio di riappacificarsi con il mondo intero. Questi dubbi aumentarono quando cominciarono a piovere dal cielo manifestini in italiano che giustificavano i bombardamenti - ma si può? - ed esortavano alla rivolta. Ma questi americani, perché si erano scomodati da tanto lontano per venirci a bombardare?
Ed in effetti lo scollamento tra la popolazione ed il regime era divenuto irreparabile e se ancora una giovane come me, vissuta a pane e ... (scusate, ma dopo tanti anni, non riesco più a pronunciare tutta la frase), poteva ancora rimanere attaccata a certe immagini, chi era più avanti in età ed aveva visto crescere il fascismo, non poteva non ricordare, oggi più di ieri, con quali metodi il regime si fosse fatto avanti ed imposto nel Paese.

Quel giorno (la data resterà tristemente famosa per i palermitani che in qualche modo ne siano stati direttamente o meno a conoscenza) eravamo nella tenuta dei nobili Valdina che si trovava e si trova tuttora tra Solanto e Santa Flavia. Abbastanza vicini a Villabate ma troppo lontani da Palermo (almeno per me che andavo e venivo sempre in bicicletta), tanto è vero che era proprio in quella magnifica tenuta che saremmo dovuti andare da sfollati, come peraltro molta altra gente era andata, ma io ero stata irremovibile: avevo da preparare la tesi di laurea e poi sostenere proprio quell'esame e non potevo rischiare.

La tenuta era molto vasta ed io, in bicicletta, giocavo a perdermi lungo i viali alberati che terminavano nei vasti campi coltivati a loro volta circondati in parte dalla montagna. Dalla parte opposta, in direzione dell'ingresso il mare. Era il 7 maggio mattina, una domenica, ed in realtà la maggioranza della gente era lì per assistere alla Santa Messa nella piccola cappella di famiglia attigua alla grande casa di campagna dei proprietari e nel mentre fare due passi nel verde riposante dei viali o andare più tardi a fare picnic sul limitare alberato di uno dei tanti campi coltivati ad ortaggi e primizie, vanto della proprietà. Sobri e riservati, i conti, non apparivano quasi mai, ma la loro tenuta era solitamente aperta a tutti.
Sentimmo il rumore dei motori degli aerei americani (lì non c'era la sirena) e tutti in silenzio ci voltammo verso il cielo terso sopra di noi.

Già dall'intensità e provenienza del rumore avevamo capito sia che erano tanti sia dove fossero diretti e quando li intravedemmo, avemmo conferma che tutti si dirigevano senza incontrare ostacoli su Palermo. Erano una quantità mai vista e pure scortati da qualche decina di aerei più piccoli (i caccia). Chissà perché, mi chiedevo. Noi non abbiamo più nemmeno uno straccio di contraerea ed i pochi e vecchi nostri caccia di stanza, con qualcuno tedesco, a Boccadifalco ormai con una scusa o un'altra non si levavano più ad intercettare quella macchina di morte e distruzione che erano i bombardieri B 52....

Non ci volle molto e tutti noi, rimasti atterriti, ciascuno esattamente nel punto in cui si trovava, dopo aver scrutato il cielo ed appresa così la sorte della città, cominciammo a sentire i boati cupi e senza fine che segnavano distruzione, morte e perdita di persone e cose care per tutti noi.

La domenica non esisteva più ed anche  la tanto pubblicizzata partita di calcio tra l'agguerrita squadra locale dell'Indomita ed il Palermo (che allora militava in serie B) passò in secondo piano.

Il bombardamento (dal nostro punto di vista, anzi di ascolto) durò almeno un’ora, poi calarono d'intensità i tuoni ed i boati e quegli scuotimenti del terreno che erano diventati quella mattina di primavera un continuo assordante devastante rumore.
Contemporaneamente rivedemmo i primi bombardieri che tornavano alla spicciolata in direzione delle piste di atterraggio algerine (erano state concesse agli USA dopo l'esito infausto in Africa sia per noi che per i tedeschi della battaglia di El Alamein, di cui solo in seguito apprendemmo il vero tenore della disfatta).
Li ricontammo, quegli aerei. Erano non meno di trecento. Ci fu addirittura chi arrivò a contarne quasi cinquecento. La città non c'era più e con essa le nostre case, le nostre cose, le nostre memorie. C'era chi alzava il pugno contro di loro, ma solo perché erano lontani... maledetti!

Abbassai lo sguardo costernata in cerca dei miei. Ma il mio sguardo incontrò, come per magia, quello di ... nonno Terno!
A partire da questo momento, nonostante che quanto vi ho appena raccontato sia di indubbia e provata oggettività (parliamo dell’ultimo terribile bombardamento su Palermo) e nonostante che i miei ricordi combacino con quelli di oltre un centinaio di persone, genitori e Vittorio compresi, devo dire che quel che segue è stato da me sempre vissuto come un sogno, avvolto com’è dai rischi corsi, dal terrore patito e dall’abilità mostrata da Nonno Terno.

Nel sogno dunque mi sorrideva ed avvicinatosi mi chiedeva perché non  fossi con i miei, che aveva visti, disse, non visto, poco prima.
- Li stavo proprio andando  a cercare - affermai, salutandolo, e aggiunsi decisa:
- Poichè, signore, li avete visti ed avete anche voi la bicicletta, conducetemi da loro, per favore. -
- Ne sarò ben lieto - cantilenò lui, cogliendo il mio imbarazzo. - Vi farò strada verso di loro. –
Ed in effetti era vero: erano proprio lì accanto a noi, fratello compreso.

- Non fuggite, cugino, desidererei che li incontraste perché ... –
Ma lui appariva intento a far ben altro. Aveva teso l'orecchio e non badava più a me. Poi alzò lo sguardo verso il cielo, per me ormai vuoto, e subito lo abbassò verso di me, sibilandomi:
- Signorina, lasci la bicicletta qui e, come me, corra verso i suoi genitori. Mi guardi. Vada con loro verso la montagna. Quando sarà vicino vedrete l'ingresso di una grotta: entrateci. Li porti lì subito senza spiegazioni. Io adesso urlerò a tutti la stessa cosa. Ci stanno attaccando. Adessoooooo! –

Il piglio deciso non ammetteva esitazioni. Scappai via verso i miei ed afferratili letteralmente corremmo insieme verso la montagna.

Dietro di noi il putiferio. Nonno Terno urlava quanto aveva detto a me. La gente era incredula e pochi si muovevano. Allora nonno Terno tirò fuori una pistola ed urlò ancora più forte:
- Tutti alla grotta! Stanno scendendo a mitragliarci! Correte! - e per dare più peso all sue parole iniziò a sparare colpi di pistola verso il cielo. La gente finalmente iniziò a scappare verso la montagna seguendo i filari di alberi, ma nonno Terno era già davanti a loro.

La grotta non era vicina, ma era l'unico rifugio esistente in quella piana. Non tutti furono svelti, ma i più lenti furono i più fortunati perché il primo caccia - che apparve proprio da sopra la montagna in un frastuono di motori - era troppo veloce e, pur passando proprio sopra le teste di coloro che ancora correvano verso il rifugio, era troppo alto ed il suo pilota vide la piccola folla solo all'ultimo minuto e non ebbe possibilità di fare fuoco.

Anche il secondo passò senza tirare un colpo, come se il loro obbiettivo fosse altrove, ma non era così. Prima l'uno, poi l'altro virarono a folle velocità per tornare indietro. Ma era troppo tardi perché a quel punto tutti coloro che solo due minuti prima si trovavano nello spiazzale della tenuta, avevano trovato rifugio nella Grotta di Malo Pertuso, la cui entrata, per altro, era piccola e bel dissimulata dalle prime rocce della base di Monte Catumbolo. In effetti la grotta era difficile da riconoscere per una persona che giungesse a piedi, figurarsi per un caccia a tutta velocità, il cui pilota sconosceva totalmente la zona.

Eppure entrambi i caccia mitragliarono la montagna a più non posso per poi cabrare disperatamente per non impattare sulla roccia. E, quando infine tutti stavamo per uscire dal piccolo rifugio, grati a nonno Terno, questi si prodigò affinché nessuno mettesse il naso fuori.

Ed infatti, di lì a poco ecco il terribile rombo dei due motori del xxxxxxxxxxxxx ed il tipico sibilo originato dall'attraversamento dell'aria a forte velocità della massa dell'apparecchio, seguiti dal crepitio delle mitragliatrici di bordo. Sentimmo chiaramente i pezzi della montagna franare e rotolar giù. Stessa cosa successe con il secondo xxxxxxxxxxxxx. Probabilmente i vigliacchi speravamo che le rocce franate ci precludessero poi la via d'uscita. I miserabili!

Aspettammo ancora una decina di minuti, per sicurezza, poi traboccammo fuori, cercando di non cadere inciampando nei grossi frammenti staccatisi dal fianco di monte Catumbolo a causa dei proiettili.

Ci contammo per vedere se mancasse qualche familiare appartenente ai diversi nuclei presenti. C'erano  tutti ed erano oltre cento persone che ... portarono i trionfo nonno Terno.

Più tardi, a casa dei conti Valdina, che subito aprirono a tutti le porte della loro bella magione rimasta intatta, nonno Terno, nel silenzio degli astanti raccolti nel salone, postosi accanto a me, mia madre, mio padre e mio fratello Vittorio che lo stava a sentire ammirato, fece intendere che lui aveva sentito, in mezzo al rumore costante dei motori dei bombardieri, quello diverso dei caccia che, all'improvviso variava perché questi ultimi stavano per gettarsi in picchiata su di noi. Ed a quel punto c'era poco da chiedersi. Come ultimamente avvenuto durante i bombardamenti di altre città o di obiettivi strategici, i caccia, se presenti, scendevano a mitragliare. Di solito ultimamente se la prendevano con civili inermi.

Una "bella novità" che aveva letto su di un giornale, che si era tenuta a mente per il futuro e che in questa occasione aveva utilizzato.
- Tutto qui - aggiunse compiaciuto rivolgendosi agli astanti - e ne sono fiero. D'altronde - aggiunse ancora - non è la prima occasione che mi capita ... -

Stava evidentemente per iniziare una delle sue “storie” delle quali si vociferava già in paese, quando venne interrotto dal padrone di casa, il conte, che non poté fare a meno di aggiungere:
- Fate bene ad esserne fiero, ma non è il caso di fare il modesto dopo aver salvato un centinaio di vite umane! D'altronde il  vostro merito non è stato solo quello di ricordare la notizia letta - che tanti altri certamente avranno letto e ricorderanno pure - ma avervi unito l'attenzione nel caso concreto e la prontezza e decisione nella reazione, ciò che ha permesso di salvare un centinaio di persone componenti diverse famiglie, ossia tutti noi assolutamente incolpevoli nei confronti della RAF, se non di essersi fatti notare dal cielo come gruppetto facile da colpire al fine di terrorizzare l'intera popolazione e spingerla a ribellarsi al regime fascista.
Vedo che anche voi siete con la vostra famiglia... ma non sapevo apparteneste alla famiglia dell'ingegnere Sole. –
- Per parte di mia zia Carmelina, la moglie dell'ingegnere - fece pronto nonno Terno, anticipando così l'intervento di mio padre che, a quel punto, non disse nulla né fece nulla per smentirlo. Mia madre non fece una piega e ... per di più sorrise alle sue parole!

domenica 24 marzo 2013

Vi interessa un altro po' dell'ultimo?

Bene, lo aggiungerò, però a patto che prima, chi li ha letti mi esprima il suo commento.
Dopo di che aggiungerò il seguito. Vi ringrazio dell'interesse.

Vi aggiungo anche questo incipit, però non fateci l'abitudine...


Riempirti la vita è il compito più difficile che ti assegni da te, a cominciare dal momento in cui la cosiddetta ragione ti illumina fino all’ultimo attimo prima della fine, quando intuisci che proprio la tua esistenza sta per terminare, ed allora anche tutto ciò che hai fatto per darle un significato, ora di senso non ne ha più.
Così te ne rimani lì come una cretina ad aspettare … o che venga quell’ultimo attimo o che tu ti sia sbagliata e che .. il mutuo che hai appena rinegoziato in banca, ancora nel fiore delle sue rate, tutte da pagare, sia rimasto lì ad aspettarti pazientemente per altri lunghi anni di ammortamento da vivere insieme!

Quest’ultimo momento è uno di quelli che molti descrivono come quello “della grande luce bianca” in cui di solito tu ti elevi sino a raggiungere il soffitto della stanza, fino al punto di sbatterci la testa (sei ancora viva e dunque ti fai un male boia).
A volte puoi perdere anche i sensi ed in questo caso il protocollo vuole che si spenga quella grande luce bianca e se ne accendano tante di mille diversi colori sfavillanti. Il momento viene descritto più prosaicamente come “vedere le stelle” e spesso il malcapitato/a, oggetto di questi fenomeni, ripiomba dal soffitto al pavimento con effetti devastanti (tra i quali quello – ed è il più grave – di non poterlo più raccontare).

Se invece non perdi i sensi o non cadi, puoi assistere – come minimo - alla gustosa scenetta dei tuoi familiari, i quali fino ad un attimo prima ti avevano per moribonda, che adesso si guardano in giro smarriti perché non ti vedono più. Se poi sei quella che sbatte la testa, perde i sensi e precipita dal soffitto al pavimento, lo smarrimento dei presenti si trasforma in orrore perché solitamente la visione del tuo corpo spiaccicato a terra non è un bel vedere. Se non eri già in Ospedale per qualche motivo scatenante, come minimo ti ci ritrovi subito ricoverata, parenti al seguito!

Ma tutto ciò, che sta a significare la fatuità dell’esistenza umana, non è al momento di interesse del protagonista della nostra storia, il quale ha fatto del riempirsi la sua esistenza, lo scopo, l’ossessione della sua vita.
Ciò non voleva dire affatto che per lui la propria vita fosse vuota e priva di significato (anche se in effetti …), ma che egli aveva da tempo deciso che quella (la vita) dovesse essere guidata dalla sua mano attenta, esperta ed anziana. E quando la sua mano non bastava a guidarla, o peggio, lo induceva in errore, ecco allora che la descrizione stessa di quella (la vita), che egli ne faceva ad altri, assumeva i contorni della leggenda ed inanellava episodi fantastici del suo turbolento passato.

Osservando il personaggio nel corso dei tanti anni in cui vivemmo a contatto, ebbi modo di comprendere che non erano questi incredibili racconti a riempirgli e connotargli l’esistenza: era invece l’attenzione nei suoi confronti che ne derivava da chi lo ascoltava, ed in particolare da parte nostra, che lo soddisfaceva e gli riempiva il cuore sino a conferire un concreto significato al suo stare lì con noi, poiché per lui quest’ultima situazione era la sua vera vita.

Sto parlando proprio di lui, di nonno Terno.
Ho qualche difficoltà a chiamarlo così, ma alla fine tutti così lo chiamavano e mi sono adeguata.
Io si che oggi posso definirmi nonna perché ho due bei nipotini, una femmina ed un maschio, figli di uno dei miei figli, Giuliano, perché l’altro, Davide, finora non ne ha avuti.
Ma i nipoti di nonno Terno, nella realtà, chi erano? Certo, tutti – da una certa data in poi - ritenevano che io fossi una delle sue nipoti, assieme a mio fratello Vittorio, ma la realtà noi, in famiglia, sapevamo non esser questa.
Lui era riuscito pian piano a farci accettare, non solo la sua inizialmente incostante presenza, ma anche la sua visione della realtà in cui il personaggio nonno Terno apparteneva alla nostra famiglia, era uno dei nostri familiari.
Perché ho questa difficoltà ad accettare nonno Terno come un nonno tradizionale? Sicuramente perché so perfettamente sia chi furono i miei quattro nonni, sia che nessuno dei miei genitori si fosse mai risposato. E allora? Beh, finite questa storia e lo capirete. Comunque, a nonno Terno, almeno da quando è comparso nella nostra vita, che in quel periodo si svolgeva a Villabate, piccolo borgo agricolo alle porte di Palermo, non può volersi altro che bene. Ed anche questo lo capirete continuando a leggere …

Nonno Terno comparve la prima volta nell’anno 1943, durante uno dei primi bombardamenti degli americani.
Mi spiego meglio: a seguito dell’entrata degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, già da tempo avevamo deciso, visti i risultati devastanti dei ripetuti bombardamenti inglesi sul centro città, dove abitavamo, di andarcene ed avevamo scelto il paese di Villabate come luogo per sfollare in quanto era probabilmente il paese più vicino a Palermo che non fosse o apparisse dall’alto (ritenevamo) già un tutt’uno con la città.
Nel gennaio del 1943, anno in cui inizia questa storia, io ero iscritta alla facoltà di Lettere dell'Università di Palermo ed ero proprio all'ultimo anno.
Ero molto studiosa, amata e stimata dai professori, invidiata dai colleghi di corso e fu proprio per questi motivi che ero riuscita a convincere i miei a scegliere questo paesino che per certi versi era pure lui un po’ in pericolo, come si dimostrerà in seguito quando, occasionalmente, giunti per bombardare Palermo, gli aerei americani decideranno di mitragliare qualcuno passando giusto sopra Villabate.
Ciononostante, poiché usando semplicemente la mia adorata bicicletta, potevo raggiungere facilmente la mia facoltà, che all'epoca si trovava nell’attuale centro storico di Palermo, vicino al palazzo del Comune, la scelta di risiedere a Villabate per me era la sola alternativa al rimanere in città. Così allora mi faceva dire il mio indomito cuore di giovane studentessa e di Giovane Fascista (convinta) .

Quando, gli Stati Uniti, alla fine del 1942, scesero in campo, scoprimmo che questi, a differenza degli inglesi, che erano, per motivi logistici, notturni, preferivano bombardarci di giorno.
Così quella volta - era il 7 gennaio del 1943 - che ero andata presso la Segreteria della Facoltà, non appena udii le sirene, dovetti, insieme ai miei colleghi, gli impiegati ed i professori, scappare di corsa fino al rifugio antiaereo più vicino.
Questo si trovava proprio sotto la scalinata di piazza Pretoria, la piazza del Municipio.
Fu proprio lì, nell’attesa e nella penombra di queste mura, schiacciata dalla folla ora silenziosa, ora implorante, ora indispettita, che intravidi la prima volta colui che avremmo tutti in seguito chiamato nonno Terno.
Lo notai principalmente perché era lui che si ostinava da un po’ di tempo a fissarmi, atteggiamento che per me era più che altro una sfida e non aveva altre connotazioni: all'epoca ero molto decisa e così lo guardai spavaldamente fino a quando lui non ebbe abbassato lo sguardo.
Una popolana seduta accanto a me aveva notato anche lei le attenzioni di colui che, senza insegne, ma vestito da militare, come tale poteva essere scambiato. La donna sembrava stesse per dirgli qualcosa, ma quando vide il mio sguardo di sfida gettato verso di lui, alzò gli occhi al cielo e si lanciò in una giaculatoria!

Dovete sapere che all'epoca, nonostante fossi piccolina, ero quella che poteva definirsi una graziosa morettina e non mi mancavano certamente i complimenti da parte degli uomini sia sotto forma di sguardi che di parole più o meno gradevoli di apprezzamento, destino di tutte le donne o giù di lì.
Anche dopo aver abbassato lo sguardo notai che di sottecchi lui mi osservava comunque. Ora sembrava che lui quasi volesse dirmi qualcosa, ma era lontano e si tratteneva. Nel mentre l'osservai anch'io: indossava un cappottone che sembrava militare e che lo faceva sembrare più grosso di quello che in realtà lui dovesse essere; non era molto alto, non aveva già da allora molti capelli ed era piuttosto magro, condizione quest'ultima e ci accomunava tutti in quegli anni di ristrettezze.
Quando uscimmo alla luce del giorno lo persi di vista ed in pochi attimi mi dimenticai di quell'incontro.

Continuavo ad andare, tutte le volte che avevo lezione all’Università, da Villabate a Palermo e ritorno con la mia fedele bicicletta Bianchi modello D (di colore nero) del 1940, regalatami dai miei al compimento dei fatidici diciottanni, ed ero molto fiera di questo mio gesto di libertà, mi sembrava quasi una sfida alla guerra. La bicicletta è libertà, anche se la usi per lavoro o per studio. Io, che ero stata una giovane figlia della Lupa ed ora facevo parte delle Giovani Fasciste, la guerra la vedevo solo come un fastidio da affrontare quotidianamente, ma che presto sarebbe passato, per regalare a tutti noi un radioso destino (fascista).

Anche le migliori biciclette, come si sa, ogni tanto bucano e così una mattina mi ritrovai a dover prendere il trenino a scartamento ridotto che, partendo da Corleone passava per Villabate, per fare capolinea poi a Palermo, al deposito locomotive di Sant’Erasmo, dunque lato mare, ben oltre Villa Giulia.
Come capirà qualunque palermitano, il capolinea del treno era abbastanza distante dalla mia facoltà e così mi toccò fare pure un sacco di strada a piedi per raggiungere il centro di Palermo.

Ora, sentite cosa mi capita:

Seguito del terzo incipit (solo un pochino, però).

Non era, l’Ufficio Scannerizzazione (o meglio il Support Capture Analogic Dates to Reverse into Digital Archives Online), certamente un “gioioso opificio di sapienza” perchè l’architettura dei locali ove esso era disposto non poteva neanche minimamente paragonarsi a quella armonica dello “scriptorium” dell’Abbazia descritto nel famoso romanzo di Umberto Eco, e neanche la luminosità, l’integrità e la proporzione (tre caratteristiche che concorrono per quell’autore a definire il bello), ma tale esso apparve in quell’ora meridiana, ossia pomeridiana, alla mente, al momento decisamente sconvolta da tutte quelle novità, della nostra protagonista. Nancy però, qualche secondo dopo la visione, dovette ricredersi ed eliminare subito l’aggettivo “gioioso” di cui sopra per sostituirlo con uno o più tra questi: triste, tetro, sconvolgente, ossessivo, da finale di partita. Gli altri due termini “opificio” e “ sapienza” per un po’ continuò a riconoscerli come applicabili, seppure con le evidenti differenze dovute principalmente al contenuto dei dati trattati ed allo scopo dell’”opus”, ossia dell’attività. Dunque un “triste opificio di sapienza”, si disse, dispiacendosi che la definizione – a lei che aveva il pallino della letteratura straniera ed in particolare di quella italiana - non consentisse la soddisfazione della completezza della citazione letteraria (e di Eco, poi…). - Come vede, signora Pendrive – disse Flegiàs, accorgendosi solo in quel momento che nel cognome di Nancy c’era un che d’informatico, - qui lavorano sodo per raggiungere il risultato che l’avvocato Woodrow Senior si è prefissato. Avrà notato certo che questi suoi, diciamo così, colleghi hanno un’età un po’ avanzata, ma sa, l’Avvocato ha preferito risparmiare qualcosina, data la durata dell’operazione, sa: oltre un milione di faldoni, molti dei quali sconosciuti agli attuali discendenti dal vecchio avvocato Sir William George Ancilot Woodrow, fondatore dello Studio intorno la fine dell’ottocento. Ha così deciso di farsi collaborare dai numerosi dipendenti già andati in pensione, fidati e, per quanto possibile, precisi, conoscitori sin da una certa data anche di pratiche a Lui sconosciute, perché archiviate prima che Lui cominciasse ad esercitare… - Nel proferire tutte queste parole, fatto inconsueto per il nostro anfitrione, aveva già cominciato ad innervosirsi e stava per prendersela con qualcuno dei vecchietti più vicini, quando Nancy gli rese la cosa più facile domandandogli allora perché lei fosse qua. - Io ho trentottanni! – affermò compiaciuta e speranzosa. - Signora Pendrive!!! – tuonò Flegiàs – questi qui hanno fatto quanto potevano con le forze che avevano e continuano con quelle (poche per la verità) di cui ancora dispongono ma – sogghignò – qualcuno dovrà pure reperire gli incartamenti più lontani, no? Ed anche se i costi salgono, ci vuole gente giovane per certe speciali attività… - Mentre parlavano si spostavano in direzione della porta d’ingresso accanto alla quale campeggiava il nome dell’ufficio (che non sto a ripetervi) e Nancy ebbe così modo di sbirciare attraverso le grandi vetrate da una diversa prospettiva. Da lì si avvide che diverse file di vecchietti, particolarmente impolverati e chini su se stessi, provenienti da diversi punti in fondo allo stanzone, in ciascuno dei quali si intravedeva un’apertura da cui non promanava luce alcuna, si dirigevano verso le postazioni in cui si trovavano gli scanner. Alcuni tra questi malridotti (chiamiamoli così) collaboratori erano palesemente stanchi, traballanti sotto il peso degli incartamenti, altri invece in altra fila erano a mani vuote, ma ancora più chini, occhi bassi, schiena curva, sguardo perso nel vuoto. Mentre i primi si dirigevano, in file ordinate, verso le diverse (quaranta, anche se non tutte operative) postazioni degli scanner al centro della sala, i secondi, dopo essere sfilati marginalmente davanti un severo impiegato, quasi a confermare l’inutilità del loro apporto lavorativo, ricevuto da questi un nuovo ordine di ricerca, scomparivano poi attraverso diverse porte d’uscita poste sempre in fondo alla sala all’altro angolo rispetto a quello da cui erano rientrati. Nancy, con un sospiro, modificò ancora la prima impressione avuta: non era più un opificio di scienza (e tantomeno gioioso): le appariva più come un incrocio tra un formicaio ed un girone di dannati di dantesca memoria. Se così vogliamo ritenerlo anche noi attraverso gli occhi di Nancy, non ci è dato sapere di quali peccati si potessero essere macchiate le cariatidi lì riunite, ma se si volesse teorizzare la loro colpa deducendola da un’ipotetica pena del contrappasso che lì stavano scontando, non si riesce a trovare loro adeguata posizione all’interno dell’opera dantesca. Si può supporre (e lo prova il fatto che essi fossero ancora al servizio del vecchio padrone) che nel corso della loro vita lavorativa, avessero ecceduto nel prestare la propria opera, il proprio assenso, la propria mente, in buona sostanza se stessi “in toto” al proprio datore di lavoro, disinteressandosi così della vita al di fuori dell’ufficio, senza instaurare alcun rapporto umano che non avesse una qualche attinenza con la propria posizione di dipendenza e di subalternità a costui.

Terzo incipit.

La voce dura del Boss stava facendo veramente del male al suo cervello. Molto più delle parole che questi le stava usando: epiteti eccessivi, insinuatori, offensivi. E’ vero che lei cercasse di difendersi quasi passandoci mentalmente sopra, dando al loro contenuto il meno grave dei significati, ma quella voce… La feriva dura tagliente sferzante definitiva: la signora Nancy Pendrive, dipendente del pluricentenario affermato prestigioso famosissimo studio legale Woodrow & Woodrow di New York, veniva trasferita con effetto immediato dall’Ufficio di assistenza diretta e continua ai legali dello Studio (Legal Network Support) agli Archives (Archives) allocati nei sottostanti sotterranei. Lei quasi ignorò il contenuto di queste ultime precise parole, poi fece fatica a comprenderlo, ma alla fine l’afferrò, oh come l’afferrò. Gli Archives, immensi, qualcuno vociferava addirittura indefiniti, erano - per quello che Nancy ne sapeva - un posto a dir poco mefitico; gli impiegati erano tutti anziani, quasi cadenti (addio chiacchierate argentine con la collega di stanza sua coetanea), le voci che circolavano a proposito erano quasi funeree, tristi al punto che la recente richiesta di personale avanzata dal capo degli Archives, dovuta alla modernizzazione di questi tramite scannerizzazione di tutti i documenti contenuti negli incartamenti, era quasi caduta nel vuoto. Nessuno ci voleva andare neanche temporaneamente e neanche con un bonus sullo stipendio… Per lei poi il trasferimento d’ufficio aveva il significato di essere degradata sul campo, lei avrebbe pagato - oltre al dolore già sofferto per la morte del marito avvenuta tre anni prima in un tragico incidente stradale, ad appena un mese dalla nascita dei gemelli (e almeno questo le aveva dato tanta gioia) - lo scotto che la scomparsa di George aveva significato in quel periodo per la sua esistenza. Infatti in quei tre anni lei si era così tanto trascurata, nel dedicarsi anima e corpo ai tre gemelli, al punto da ingrassare parecchi chili (non voleva sapere quanti), perdere capelli, vestire in modo approssimativo ed assai poco femminile, e via dicendo. Né la sua sorella maggiore, nubile, che l’aiutava nella cura dei bimbi come una seconda madre e la sostituiva quando lei era al lavoro, era riuscita ad indurla a prendere una maggiore cura di se stessa. Le nottate passate in bianco ad accudire i pargoli e – nei ritagli – a piangere il proprio amore perduto, a poco a poco avevano incrinato fisico (persino la voce le si era indurita), fiducia in se stessa e rapporti di lavoro, soprattutto quelli con i suoi capi. Non riusciva più ad essere la Nancy che era stata fino a tre anni prima: puntuale, intuitiva, disponibile, infaticabile, sempre con il sorriso sulle labbra, carina al punto da far girare la testa a molti dei suoi colleghi ed anche superiori. I quali ci avevano provato spesso con lei, ma sempre senza alcun risultato, anzi lei aveva avuto spesso frasi agrodolci per quei malcapitati: la lingua non le mancava e sapeva bene come usarla dall’alto della sua femminilità. Purtroppo ora le cose erano cambiate e qualcuno che non vedeva l’ora di vendicarsi, facendo adesso leva sulle carenze di lei sul lavoro (era divenuta l’esatto contrario di prima: poco puntuale, poco disponibile, sciatta, approssimativa, elusiva) voleva togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Così raccolse le sue cose nel classico cartone e tra le lacrime sue e quelle delle sue colleghe preferite che, incredule e spaventate per l’improvvisa decisione assunta dal Boss l’accompagnavano - senza neanche avvertire a casa Dorina che stava come sempre con i bambini – raggiunse l’ascensore e, dal 73esimo piano dove si trovava, raggiunse in pochi secondi il 4° sottolivello stradale dove, appunto, si trovavano gli Archives. In effetti gli Archives iniziavano sin dal primo livello sotto la strada, la 12^ Avenue, ma il capo di questi, Mr. Acheron, che evidentemente aveva una certa simpatia per le discese agli Inferi, aveva voluto il suo ufficio all’attuale ultimo livello, appunto il quarto. Se non fosse intervenuta – proprio per economizzare spazio - la decisione di copiare tramite scanner tutti i documenti contenuti negli Archives, le ruspe avrebbero scavato il quinto e forse anche il sesto livello sotterraneo e lì sicuramente avremmo ritrovato l’ufficio di Mr. Acheron, tetro spilungone dalle inquietanti basette alla scozzese. Il curioso Acheron aveva in quel momento accanto a sé un tipo altrettanto curioso, ossia il suo tirapiedi, Mr. Flegiàs, piccoletto dal volto rubizzo, che a tutta prima sembrava decisamente irascibile e Nancy lo sperimentò subito. Infatti a costui Acheron la affidò al fine di farle raggiungere l’ufficio a cui era stata destinata, quello dove veniva eseguita la scannerizzazione (termine derivante dall’inglese “scanning” che tradotto suona orribile ma ormai nell’uso comune come tanti altri di origine straniera, da utilizzare solo all’occorrenza, cioè tutte le volte che serve, ma che a Nancy, in preda ad una forte agitazione e con il pensiero rivolto ai suoi bimbi, faceva più che altro pensare all’atto dello scannare, poi si disse che in uno studio legale così serio ciò sarebbe impensabile…). Nancy appariva come in trance e, immersa nei suoi pensieri, non rispose prontamente ad una domanda del sig. Flegiàs perchè, proprio mentre costui, chiaramente irritato per l’apparente distacco dimostrato nei suoi confronti, stava per iniziare una reprimenda delle sue, nella mente di Nancy si formulò un pensiero che non era suo: - Mamma. Mamma non preoccupatti, zia Dorina resta connoi, ci stiamo divertendo tanto… - Ed ancora una volta una voce rabbiosa le ferì il cervello, il suo povero cervello così tanto carente di sonno… - … cominciamo proprio male, ma già ce l’avevano detto che stava arrivando una… Lei l’interruppe più per non sentire il volume del suono che per non sentire le consequenziali affermazioni: - Guardi che non mi sento bene: non è stata una bella giornata… - Mentre Flegiàs sembrò quietarsi, anche perché godeva al pensiero di ciò che la aspettava nel nuovo ufficio, Nancy, con la mente meno dolorante cercò di capire cosa le stesse succedendo, chi aveva sentito… ma no era la confusione che aveva in testa! O uno dei gemelli? E come potev… - Mamma, mamma, sono io, sono Eugenio. Io ti sento anche adesso, ti sento sempre quando sono sveglio! E tu? Dai, non preoccupatti: stiamo bene, giochiamo ora, prima abbiamo mangiato cozzia. Tu quando veni? – - Madonna! Allora era vero anche le altre volte che mi sembrava che mi parlasse. Ma come é possibile? Fortuna che almeno loro… - Pensò fortemente che non sapeva a che ora sarebbe tornata quella sera, che li voleva bene, anche Dorina, diglielo tu, Eugenio, dille che mi hai sentito, non dire come, insomma fai tu Eugenio, io… - Si zittì perché era entrata nel suo nuovo ufficio: niente di spettacolare, ma...

Secondo incipit, sempre senza titolo.

Non appena sentì suonare alla porta d’ingresso, senza neanche guardare attraverso lo spioncino, George aprì. Sapeva già chi sarebbe entrato, l’aveva capito dall’orario della visita e soprattutto dalla vocina che da dietro la porta a tratti entrava squillante fin dentro casa. Juliet entrò imperiosamente non appena l’uscio si schiuse avanti a lei, disse appena “ciao” al vecchietto e si diresse, sempre parlando, direttamente nella stanza di Mildred dove - George lo comprese dal salire di tono della voce della bambina - rinvenne un qualche oggetto che ne aveva attirato l’attenzione. In effetti la piccola uscì subito agitando nel pugno chiuso una boccetta in vetro e argento munita di pompetta che Mildred usava ogni giorno per spruzzarsi addosso la mattina il suo profumo preferito: Chanel n. 5. George non fece una piega proponendo alla piccola in cambio del prezioso oggetto il consueto regalino a sorpresa del giorno. Juliet accettò subito con una smorfietta di apprezzamento. George e Mildred erano insieme da oltre 35 anni e, seppure si amassero ancora appassionatamente, come fanno i buoni anglosassoni dormivano da anni in letti separati, anzi addirittura – da quando ultimamente si erano trasferiti nella nuova residenza - in stanze separate nelle quali a turno, di notte, ed ora (da quando entrambi erano in pensione) anche di giorno, si davano emozionanti appuntamenti d’amore. George, prima di smettere di lavorare ed andare in pensione, usava spesso dire che non c’era pianeta nell’Universo migliore della Terra e che nella Terra non c’è continente migliore dell’Europa, ma che proprio accanto l’Europa vi era un’isola – che sempre all’Europa apparteneva, la Gran Bretagna – dove si trovava il paese più piccolo e più bello dell’intero Universo. - Si chiama “Buco di Hutton”, – diceva a chi lo guardava incredulo – esiste davvero e lì, con la mia Mildred, andremo a riposarci. - Con la liquidazione di George e l’aggiunta di qualche altro penny avevano acquistato finalmente l’oggetto dei loro desideri da sempre, un piccolo cottage in pietra arenaria circondato da un ampio prato e da un piccolo giardino in un paesino composto da tanti altri cottages, che avevano da tempo individuato, navigando nello spazio-web, nella Parrocchia Civile di Hutton-le-Hole, villaggio di 210 anime sito nel distretto dello Ryedale, contea del North Yorkshire, nell’Inghilterra del nord. Lì si erano trasferiti da meno di un anno e, seppure avessero pian piano conosciuto tutti gli abitanti del villaggio, avevano stretto maggiormente amicizia con i genitori di Juliet, coppia giovane con unica figlia, i quali avevano giustificato la loro presenza lì con la ricerca dell’ispirazione perduta di Paul, famoso scrittore di romanzi che – fino a quel momento – erano andati a ruba nel Regno Unito. Per la verità, quella che aveva contribuito alla conoscenza di tutti era stata proprio Juliet che, un bel mattino, aveva suonato decisamente alla porta dei suoi vicini per entrarvi in un turbinio di parole e di simpatiche smorfie, esattamente come descritto poche righe più sopra. Disse che non vedeva l’ora di conoscere i suoi nuovi vicini, che quelli che prima abitavano lì se n’erano dovuti andare perché i due piccoli gemelli che avevano si erano improvvisamente ammalati entrambi ma che non si sapeva di quale malattia e che i genitori li avevano fatti ricoverare nel più vicino ospedale per bambini a Leeds che distava un centinaio di chilometri da lì e che lì gli stessi poi si erano definitivamente trasferiti mettendo in vendita la casa. Fece capire (non richiesta) che quei piccini a lei non piacevano molto … Quella volta non si era infilata in alcuna stanza ma aveva atteso di familiarizzare con i vecchietti per poi gironzolare impunemente aprendo armadietti, porte, cassetti e facendo tante domande, le domande che una bambina di sette anni (come disse di avere) pone normalmente ai suoi nonni. E tali si sentirono un po’ i nostri due – che almeno un sogno non erano riusciti a realizzare nella loro vita a due, quello di una discendenza – accogliendo così la bambina con grande gioia e simpatia e spesso con qualche regalino messo da parte appositamente per lei, per vederla sorridere sgranando gli occhi nel riceverlo. A Juliet infatti non mancavano né personalità né capacità recitative o di seduzione per cui in breve divenne la piccola tiranna di casa Spencer con la partecipazione compiaciuta dei due “tiranneggiati”. D’altronde, oltre che essere dotata di una forte carica di simpatica sfacciataggine, la piccola era carina, sviluppata per la sua età, magra, occhi verdi, capelli rossi di un rosso ramato con curiosi riflessi color verderame che la rendevano decisamente interessante. Certo, i suoi genitori, osservò Mildred una sera, si vedono poco, un po’ come tutti gli adulti del villaggio, ma ecco che se desideri vederli subito li incontri entrambi: basta solo parlarne con i rispettivi figli che loro (i genitori), dopo un attimo suonano alla porta o ti seguono per le stradine del paese fino ad incrociarti per scambiare due chiacchiere. A qualunque ora! Tu George sei in pensione e lo capirei… ma i nostri vicini sono tutti pensionati? Alcuni sono proprio giovani ed hanno figli piccoli…

Ogni tanto inserirò un incipit, scritto da me, senza indicare a quale lavoro si riferisce, così, per vedere se piace...

Baci, baci e ancora baci. Non ne poteva più. Asciutti, appiccicosi, delicati, scoccati, bavosi, doppi: le sue guance erano diventate un ricettacolo di germi che lui, immobile, veicolava a tutti quelli che gli si avvicinavano. E le strette alla sua mano destra: calorose, leggere, umide, sfuggenti, ripetute, interminabili. E che dire delle frasi che gli venivano rivolte: le solite. Alcune struggenti, altre appassionate, altre di circostanza, ora incomprensibili, ora errate, ora inconcludenti. Lui biascicava qualche parola di ringraziamento rivolta alla faccia che aveva davanti, ora troppo vicina a lui o, se pur vicina, troppo lontana nel tempo per riconoscerla: un sorriso di circostanza e poi ecco davanti a lui un altro personaggio da identificare. E ce n’erano di personaggi riuniti in quella vistosa moderna chiesa di via Notarbartolo dalla curiosa facciata simil-neo-gotica per la dolorosa occasione della morte di mamma Clara, in un pomeriggio piovoso e triste del solitamente dolce inverno palermitano. Era presente tutta gente di un certo livello sociale e dalle età più disparate. Qualcuno addirittura più grande della mamma morta, come ad esempio quei due “personaggi” infilati ciascuno dentro un ingombrante cappotto scuro, due cariatidi, però alte ed imponenti. Si ricordava ancora i baci bavosi subiti da entrambi e le parole pronunciate con voce rauca dal forte accento in dialetto catanese da uno dei due: - Condoglianze dottore Indelicato. Lei non ci conosce. Siamo due vecchi amici di suo papà, Santi. Che Iddio l’abbia in gloria. Ma conoscevamo bene anche la sua povera mamma. Mi permette? Le presento il Sig. Caldarella mentre io sono il Sig. D'Ercole. Le porgiamo anche le più sentite condoglianze da parte del dottore Landolina, amico di papà, che sua mamma conobbe in seguito alla di lui scomparsa. E’ grande e non sta molto bene… Ci dispiace veramente assai – concluse dopo aver sottolineato quanto le sue parole sottintendevano di volta in volta, con una serie di forti strette di mano, troppo forti, si disse Salvo. Cosa sottintendevano le parole biascicate dalla cariatide? Per Salvo erano solo vanagloria e sfoggio di una conoscenza che approfondita, certo, non era! (omissis) Ma, nonostante il profondo dolore causato dal lutto che lo colpiva, dolore il quale, unito a quello molto lontano della scomparsa del padre, allora meno invasivo, ma che si cementava adesso con quello per la madre, creando un unico inconsolabile dolore dedicato unicamente ai genitori, Salvo non vedeva l’ora di tornare a casa per poter aprire finalmente l’immenso baule perennemente chiuso, la cui conoscenza del contenuto, a lui sempre negata, rappresentava l’apprensione di un sapere sui suoi e, sperava, l’ottenimento di qualcuna delle risposte alle domande su di sé e sulla sua essenza, diremmo noi, sulla pasta di cui era fatto.

venerdì 8 marzo 2013

Beh, il tempo passa, il 21.12.2012 è trascorso senza catastrofi ed io ho ritirato il mio primo lavoro, l'ho rivisto, modificato strutturalmente e l'ho ripubblicato sotto lo pseudonimo di Giò Passalacqua.
Adesso il suo titolo è "Il Gesù di Lampedusa".