domenica 24 marzo 2013
Ogni tanto inserirò un incipit, scritto da me, senza indicare a quale lavoro si riferisce, così, per vedere se piace...
Baci, baci e ancora baci. Non ne poteva più. Asciutti, appiccicosi, delicati, scoccati, bavosi, doppi: le sue guance erano diventate un ricettacolo di germi che lui, immobile, veicolava a tutti quelli che gli si avvicinavano.
E le strette alla sua mano destra: calorose, leggere, umide, sfuggenti, ripetute, interminabili.
E che dire delle frasi che gli venivano rivolte: le solite. Alcune struggenti, altre appassionate, altre di circostanza, ora incomprensibili, ora errate, ora inconcludenti.
Lui biascicava qualche parola di ringraziamento rivolta alla faccia che aveva davanti, ora troppo vicina a lui o, se pur vicina, troppo lontana nel tempo per riconoscerla: un sorriso di circostanza e poi ecco davanti a lui un altro personaggio da identificare.
E ce n’erano di personaggi riuniti in quella vistosa moderna chiesa di via Notarbartolo dalla curiosa facciata simil-neo-gotica per la dolorosa occasione della morte di mamma Clara, in un pomeriggio piovoso e triste del solitamente dolce inverno palermitano.
Era presente tutta gente di un certo livello sociale e dalle età più disparate. Qualcuno addirittura più grande della mamma morta, come ad esempio quei due “personaggi” infilati ciascuno dentro un ingombrante cappotto scuro, due cariatidi, però alte ed imponenti. Si ricordava ancora i baci bavosi subiti da entrambi e le parole pronunciate con voce rauca dal forte accento in dialetto catanese da uno dei due:
- Condoglianze dottore Indelicato. Lei non ci conosce. Siamo due vecchi amici di suo papà, Santi. Che Iddio l’abbia in gloria. Ma conoscevamo bene anche la sua povera mamma. Mi permette? Le presento il Sig. Caldarella mentre io sono il Sig. D'Ercole. Le porgiamo anche le più sentite condoglianze da parte del dottore Landolina, amico di papà, che sua mamma conobbe in seguito alla di lui scomparsa. E’ grande e non sta molto bene… Ci dispiace veramente assai – concluse dopo aver sottolineato quanto le sue parole sottintendevano di volta in volta, con una serie di forti strette di mano, troppo forti, si disse Salvo.
Cosa sottintendevano le parole biascicate dalla cariatide? Per Salvo erano solo vanagloria e sfoggio di una conoscenza che approfondita, certo, non era!
(omissis)
Ma, nonostante il profondo dolore causato dal lutto che lo colpiva, dolore il quale, unito a quello molto lontano della scomparsa del padre, allora meno invasivo, ma che si cementava adesso con quello per la madre, creando un unico inconsolabile dolore dedicato unicamente ai genitori, Salvo non vedeva l’ora di tornare a casa per poter aprire finalmente l’immenso baule perennemente chiuso, la cui conoscenza del contenuto, a lui sempre negata, rappresentava l’apprensione di un sapere sui suoi e, sperava, l’ottenimento di qualcuna delle risposte alle domande su di sé e sulla sua essenza, diremmo noi, sulla pasta di cui era fatto.
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