Riempirti la vita è il compito più difficile
che ti assegni da te, a cominciare dal momento in cui la cosiddetta
ragione ti illumina fino all’ultimo attimo prima della fine, quando
intuisci che proprio la tua esistenza sta per terminare, ed allora anche tutto
ciò che hai fatto per darle un significato, ora di senso non ne ha più.
Così te ne rimani lì come una cretina ad
aspettare … o che venga quell’ultimo attimo o che tu ti sia sbagliata e che ..
il mutuo che hai appena rinegoziato in banca, ancora nel fiore delle sue rate,
tutte da pagare, sia rimasto lì ad aspettarti pazientemente per altri
lunghi anni di ammortamento da vivere insieme!
Quest’ultimo momento è uno di quelli che
molti descrivono come quello “della grande luce bianca” in cui di solito tu ti
elevi sino a raggiungere il soffitto della stanza, fino al punto di sbatterci
la testa (sei ancora viva e dunque ti fai un male boia).
A volte puoi perdere anche i sensi ed in
questo caso il protocollo vuole che si spenga quella grande luce bianca e se ne
accendano tante di mille diversi colori sfavillanti. Il momento viene descritto
più prosaicamente come “vedere le stelle” e spesso il malcapitato/a, oggetto di
questi fenomeni, ripiomba dal soffitto al pavimento con effetti devastanti (tra
i quali quello – ed è il più grave – di non poterlo più raccontare).
Se invece non perdi i sensi o non cadi, puoi
assistere – come minimo - alla gustosa scenetta dei tuoi familiari, i quali
fino ad un attimo prima ti avevano per moribonda, che adesso si guardano in
giro smarriti perché non ti vedono più. Se poi sei quella che sbatte la testa,
perde i sensi e precipita dal soffitto al pavimento, lo smarrimento dei
presenti si trasforma in orrore perché solitamente la visione del tuo corpo
spiaccicato a terra non è un bel vedere. Se non eri già in Ospedale per qualche
motivo scatenante, come minimo ti ci ritrovi subito ricoverata, parenti al
seguito!
Ma tutto ciò, che sta a significare la
fatuità dell’esistenza umana, non è al momento di interesse del protagonista
della nostra storia, il quale ha fatto del riempirsi la sua esistenza, lo
scopo, l’ossessione della sua vita.
Ciò non voleva dire affatto che per lui la
propria vita fosse vuota e priva di significato (anche se in effetti …), ma che
egli aveva da tempo deciso che quella (la vita) dovesse essere guidata dalla
sua mano attenta, esperta ed anziana. E quando la sua mano non bastava
a guidarla, o peggio, lo induceva in errore, ecco allora che la descrizione
stessa di quella (la vita), che egli ne faceva ad altri, assumeva i contorni
della leggenda ed inanellava episodi fantastici del suo turbolento passato.
Osservando il personaggio nel corso dei tanti
anni in cui vivemmo a contatto, ebbi modo di comprendere che non erano questi
incredibili racconti a riempirgli e connotargli l’esistenza: era invece
l’attenzione nei suoi confronti che ne derivava da chi lo ascoltava, ed in
particolare da parte nostra, che lo soddisfaceva e gli riempiva il cuore sino a
conferire un concreto significato al suo stare lì con noi, poiché per lui
quest’ultima situazione era la sua vera vita.
Sto parlando proprio di lui, di nonno Terno.
Ho qualche difficoltà a chiamarlo così, ma
alla fine tutti così lo chiamavano e mi sono adeguata.
Io si che oggi posso definirmi nonna perché
ho due bei nipotini, una femmina ed un maschio, figli di uno dei miei figli,
Giuliano, perché l’altro, Davide, finora non ne ha avuti.
Ma i nipoti di nonno Terno, nella realtà, chi
erano? Certo, tutti – da una certa data in poi - ritenevano che io fossi una
delle sue nipoti, assieme a mio fratello Vittorio, ma la realtà noi, in
famiglia, sapevamo non esser questa.
Lui era riuscito pian piano a farci
accettare, non solo la sua inizialmente incostante presenza, ma anche la sua
visione della realtà in cui il personaggio nonno Terno apparteneva alla nostra
famiglia, era uno dei nostri familiari.
Perché ho questa difficoltà ad accettare
nonno Terno come un nonno tradizionale? Sicuramente perché so perfettamente sia
chi furono i miei quattro nonni, sia che nessuno dei miei genitori si fosse mai
risposato. E allora? Beh, finite questa storia e lo capirete. Comunque, a nonno
Terno, almeno da quando è comparso nella nostra vita, che in quel periodo si
svolgeva a Villabate, piccolo borgo agricolo alle porte di Palermo, non può
volersi altro che bene. Ed anche questo lo capirete continuando a leggere …
Nonno Terno comparve la prima volta nell’anno
1943, durante uno dei primi bombardamenti degli americani.
Mi spiego meglio: a seguito dell’entrata
degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, già da tempo avevamo deciso,
visti i risultati devastanti dei ripetuti bombardamenti inglesi sul centro
città, dove abitavamo, di andarcene ed avevamo scelto il paese di Villabate
come luogo per sfollare in quanto era probabilmente il paese più vicino a
Palermo che non fosse o apparisse dall’alto (ritenevamo) già un tutt’uno con la
città.
Nel gennaio del 1943, anno in cui inizia
questa storia, io ero iscritta alla facoltà di Lettere dell'Università di
Palermo ed ero proprio all'ultimo anno.
Ero molto studiosa, amata e stimata dai
professori, invidiata dai colleghi di corso e fu proprio per questi motivi che
ero riuscita a convincere i miei a scegliere questo paesino che per certi versi
era pure lui un po’ in pericolo, come si dimostrerà in seguito quando,
occasionalmente, giunti per bombardare Palermo, gli aerei americani decideranno
di mitragliare qualcuno passando giusto sopra Villabate.
Ciononostante, poiché usando semplicemente la
mia adorata bicicletta, potevo raggiungere facilmente la mia facoltà, che
all'epoca si trovava nell’attuale centro storico di Palermo, vicino al palazzo
del Comune, la scelta di risiedere a Villabate per me era la sola alternativa
al rimanere in città. Così allora mi faceva dire il mio indomito cuore di
giovane studentessa e di Giovane Fascista (convinta) .
Quando, gli Stati Uniti, alla fine del 1942,
scesero in campo, scoprimmo che questi, a differenza degli inglesi, che erano,
per motivi logistici, notturni, preferivano bombardarci di giorno.
Così quella volta - era il 7 gennaio del
1943 - che ero andata presso la Segreteria della Facoltà, non appena udii
le sirene, dovetti, insieme ai miei colleghi, gli impiegati ed i professori,
scappare di corsa fino al rifugio antiaereo più vicino.
Questo si trovava proprio sotto la scalinata
di piazza Pretoria, la piazza del Municipio.
Fu proprio lì, nell’attesa e nella penombra
di queste mura, schiacciata dalla folla ora silenziosa, ora implorante, ora
indispettita, che intravidi la prima volta colui che avremmo tutti in seguito
chiamato nonno Terno.
Lo notai principalmente perché era lui che si
ostinava da un po’ di tempo a fissarmi, atteggiamento che per me era più che
altro una sfida e non aveva altre connotazioni: all'epoca ero molto decisa e
così lo guardai spavaldamente fino a quando lui non ebbe abbassato lo sguardo.
Una popolana seduta accanto a me aveva notato
anche lei le attenzioni di colui che, senza insegne, ma vestito da militare,
come tale poteva essere scambiato. La donna sembrava stesse per dirgli
qualcosa, ma quando vide il mio sguardo di sfida gettato verso di lui, alzò gli
occhi al cielo e si lanciò in una giaculatoria!
Dovete sapere che all'epoca, nonostante fossi
piccolina, ero quella che poteva definirsi una graziosa morettina e non mi
mancavano certamente i complimenti da parte degli uomini sia sotto forma di
sguardi che di parole più o meno gradevoli di apprezzamento, destino di tutte
le donne o giù di lì.
Anche dopo aver abbassato lo sguardo notai che
di sottecchi lui mi osservava comunque. Ora sembrava che lui quasi volesse
dirmi qualcosa, ma era lontano e si tratteneva. Nel mentre l'osservai anch'io:
indossava un cappottone che sembrava militare e che lo faceva sembrare più
grosso di quello che in realtà lui dovesse essere; non era molto alto, non
aveva già da allora molti capelli ed era piuttosto magro, condizione
quest'ultima e ci accomunava tutti in quegli anni di ristrettezze.
Quando uscimmo alla luce del giorno lo persi
di vista ed in pochi attimi mi dimenticai di quell'incontro.
Continuavo ad andare,
tutte le volte che avevo lezione all’Università, da Villabate a Palermo e
ritorno con la mia fedele bicicletta Bianchi modello D (di colore nero) del
1940, regalatami dai miei al compimento dei fatidici diciottanni, ed ero molto
fiera di questo mio gesto di libertà, mi sembrava quasi una sfida alla guerra.
La bicicletta è libertà, anche se la usi per lavoro o per studio. Io, che ero
stata una giovane figlia della Lupa ed ora facevo parte delle Giovani Fasciste,
la guerra la vedevo solo come un fastidio da affrontare quotidianamente, ma che
presto sarebbe passato, per regalare a tutti noi un radioso destino (fascista).
Anche le migliori biciclette, come si sa,
ogni tanto bucano e così una mattina mi ritrovai a dover prendere il trenino a
scartamento ridotto che, partendo da Corleone passava per Villabate, per fare
capolinea poi a Palermo, al deposito locomotive di Sant’Erasmo, dunque lato
mare, ben oltre Villa Giulia.
Come capirà qualunque palermitano, il
capolinea del treno era abbastanza distante dalla mia facoltà e così mi toccò
fare pure un sacco di strada a piedi per raggiungere il centro di Palermo.
Ora, sentite cosa mi capita:
dato che ti è piaciuto nonno Terno, ne aggiungo un altro pezzetto.
RispondiElimina